Stuart Kauffman, Reinventare il sacro. Una nuova concezione della scienza, della ragione e della religione, Codice, Torino 2010.
https://disf.org/abbiamo-studiato-per-voi/9788875781460:
“Il titolo del libro, Reinventare il
sacro, coincide con la sua dichiarazione di intenti. Presenterò infatti una
nuova concezione di Dio – un Dio calato profondamente nella natura – e del
senso del sacro, che fonderò su una nuova ed emergente visione scientifica del
mondo”: queste sono le parole iniziali, nonché il piano programmatico,
dell'opera, che vede seguire la buona norma metodologica di far precedere, al
dispiegamento della tesi (la nuova concezione di Dio), l'esposizione dei
fondamenti (la nuova ed emergente visione scientifica del mondo). È tuttavia
subito da avvisare che l'esposizione del fondamento, ovvero della nuova visione
della scienza, impegna circa il novanta per cento del libro e la riflessione
intorno alla re-invenzione del sacro (e dell'etica) è relegata nelle ultime
trentatré pagine. La parola 'Dio' s'accende, invero, a intermittenza lungo il
testo, ma più per ricordare - o giustificare - il titolo, che per un'effettiva
funzione nell'economia del discorso.
Quando Kauffman annuncia nella
presentazione programmatica la sua “nuova ed emergente visione scientifica”, il
termine “emergente” giuoca, nell'espressione, un duplice ruolo: intende
indicare che una nuova concezione della scienza sta affiorando da più parti fra
gli epistemologi e gli stessi scienziati e vuole già offrire la connotazione
fondamentale di tale nuova concezione, che sarà basata appunto sul paradigma
'emergentista', in contrapposizione al paradigma 'riduzionista', su cui
poggiava la 'vecchia', tradizionale visione scientifica. Il vero scopo del
libro è, in effetti, trovare tutti gli argomenti più affilati per convincere il
lettore che il modello riduzionista della scienza abbia ormai fatto il suo
tempo, pur dopo più di tre secoli di encomiabile servizio, e che sia giunto
ormai il momento di passare al modello emergentista, l'unico capace di
oltrepassare i limiti su cui il riduzionismo finisce inevitabilmente per
infrangersi.
Rompere l'incantesimo galileiano
Il modello scientifico riduzionista
non è altro, secondo le parole di Kauffman, che la scienza così come la
conosciamo oggi e come abbiamo imparato a conoscerla sin dalle sue origini
galileiane. Comprendere un fenomeno, per la scienza riduzionista, ovvero per
ciò che fino ad oggi è stata la scienza tout court, significa spiegare il
comportamento del fenomeno medesimo sulla base delle caratteristiche, delle
proprietà e delle leggi tipiche delle entità di livello inferiore che lo
compongono. Per il riduzionismo “i fenomeni sono spiegati nei termini di
interazioni tra particelle fondamentali … in ultimo dalla fisica” (pp. XVIIs.),
perché tutta la realtà “è riducibile a particelle o stringhe in movimento” che,
in estrema conclusione, sono “le uniche entità ontologicamente reali” (p. 5).
Schematizzando e semplificando, “il
riduzionismo è la concezione per cui la società deve essere spiegata in termini
di persone, le persone in termini di organi, gli organi di cellule, le cellule
di biochimica, la biochimica di chimica, e la chimica di fisica. In parole
ancora più semplici, il riduzionismo è la concezione che tutta la realtà è
null'altro di ciò che c'è 'laggiù' alla base attuale della fisica: i quark e le
celebri stringhe della teoria delle stringhe, incluse le interazioni tra queste
entità” (p. 13). Il simbolo di questo metodo di ricerca è rintracciato da
Kauffman nella celebre frase del premio Nobel per la fisica Steven Weinberg:
“tutte le frecce esplicative puntano verso il basso”, mentre l'ideale ultimo è
stato ritratto in maniera insuperabile nei primi dell'Ottocento da Pierre Simon
de Laplace per cui un'intelligenza adeguata che conoscesse la posizione e la
velocità di tutte le particelle che compongono il cosmo, nonché le leggi delle
loro interazione, potrebbe calcolare esattamente l'insieme degli eventi futuri
e ricostruire la totalità di quelli passati.
Per questa visione del mondo e della
scienza Kauffman inventa addirittura un'espressione: “incantesimo galileiano”,
che, in via breve, è definita come la fede “che l'universo, e tutto ciò che
esso contiene, sia regolato da leggi naturali: leggi di Newton e di Einstein,
leggi di Schrödinger” (p. 136). Tale incantesimo ha il suo remoto prototipo nel
sillogismo aristotelico, per cui da enunciati universali (poi tradotti
scientificamente con il termine 'leggi') si deducono i casi specifici; ha la
sua logica nel determinismo e, nello sviluppo storico, ha originato
l'Illuminismo, prodotto il divario tra fede e ragione e, infine, ha formato la
società laica (cf. p. 3). Tale visione scientifica ha retto per più di tre
secoli, ha guadagnato successi eccezionali, ma, purtroppo, ha sacrificato
sull'altare della regolarità indefettibile ciò che con la sola fisica non si
riesce a spiegare: i significati, i valori, le azioni intenzionali mirate ad un
fine, i sentimenti … insomma proprio quelle realtà che sono centrali nella vita
di ogni essere umano. Di fronte a questo cosmo 'emergente', il riduzionismo,
quando non tenta di negarlo ontologicamente, si impegna a ricondurlo al
determinismo fisico, ma, in questo modo, finisce per snaturarlo nella sua
essenza. Per restituire dignità a tutto questo occorre avanzare la “pretesa
scientifica più radicale”, che consiste nel convincersi che “possiamo, e
dobbiamo, rompere tale incantesimo” (p. XIX), che è anche il titolo del
capitolo centrale del libro.
More is Different
Per assolvere questa missione,
Kauffman chiama a raccolta i migliori alleati in circolazione, cioè tutti gli
scienziati che al presente si battono, come lui, non tanto per rifiutare o
rinnegare il tradizionale paradigma scientifico, quanto per svilupparlo,
ampliarlo e così renderlo maggiormente adeguato al fine conoscitivo.
Il primo ad essere per così dire
convocato a testimoniare è il premio Nobel per la Fisica, nonché collega e
co-fondatore dell'Istituto di Santa Fe, Philip Warren Anderson, autore di
quell'articolo su “Science” dell'agosto del 1972 il cui titolo è divenuto lo
slogan per tutti gli scienziati emergentisti: “More is Different”. In lingua
italiana non cattura con la stessa forza, ma il concetto rimane chiaro: quando
un aggregato cresce in scala e in complessità, esso acquisisce proprietà
differenti rispetto a quelle dei suoi costituenti e il suo comportamento non è
più descrivibile – e comprensibile – tramite le leggi valide per le parti che
lo compongono. Dai fermioni e i bosoni agli atomi, alle molecole, alle cellule
e, su su, fino agli individui, ai gruppi, agli ecosistemi, ogni grado di realtà
è incontestabilmente costituito dagli elementi del piano sottostante, ma, per
ciascun livello, sono necessarie nuove comprensioni e nuovi concetti e non si
deve cedere alla tentazione, o presunzione, che quando si dispone di un buon
principio a un dato livello questo varrà automaticamente anche per gli altri.
Il secondo scienziato menzionato a supporto da Kauffman è un altro premio Nobel
per la Fisica, Robert Laughlin che, in Un universo diverso (2005), contrassegna
il nostro tempo come la transizione dall'Era del Riduzionismo all'Era
dell'Emergentismo, una fase scientifica nella quale risalta ormai chiaramente
che “il tutto è più della somma delle parti”, che l'organismo acquisisce
indipendenza di comportamento rispetto alle leggi essenziali dei componenti da
cui deriva e che, oltre al concetto di 'emergenza epistemologica', occorre
anche difendere quello di 'emergenza ontologica', perché il riduzionismo
finisce non di rado per negare ciò che non rientra nelle sue griglie, come ad
esempio, la coscienza, l'intenzionalità, il libero arbitrio. I supporti si
moltiplicano. Vengono ancora chiamati in causa altri “fisici in rivolta”
(espressione che dà il titolo al cap. 3), come Leo Kadanoff, Lee Smolin con La
vita del cosmo, Leonard Susskind, Freeman Dyson … a ribadire, all'unisono, che
i fenomeni di livello superiore “fanno parte dell'inventario dell'universo e
hanno un potere causale tutto loro, che cambia l'effettiva evoluzione fisica
dell'universo” (p. 47).
I preadattamenti darwiniani
In questo coro emergentista, Kauffman
si concede un assolo con il concetto di 'preadattamento darwiniano', che
dovrebbe suonare come ulteriore prova a sostegno della bontà della tesi. “Una
delle idee brillanti di Darwin consiste in quello che oggi noi chiamiamo
preadattamento darwiniano. Il grande naturalista inglese osservò che un organo,
come il cuore, poteva avere caratteristiche che, pur avendo una qualche
efficacia causale, non erano essenziali alla funzione dell'organo e non avevano
alcun significato selettivo nel suo ambiente normale, ma che avrebbero potuto
acquisirlo in un ambiente differente. Con il termine 'preadattato' Darwin non
intendeva che un'ipotetica intelligenza avesse forgiato il preadattamento;
semplicemente, egli pensava che un carattere incidentale senza alcun
significato selettivo in un ambiente potesse invece acquisire quel significato
in un ambiente diverso” (p. 137). Un tale genere di eventi, continua Kauffman,
ha costellato la storia evolutiva degli esseri viventi, ed ogni volta che se ne
è presentato un caso, la biosfera ha visto originarsi una nuova funzionalità.
Non è naturalmente specificabile quale esito ogni preadattamento attuerà,
perché non è possibile prevedere tutti i possibili ambienti selettivi in cui
esso finirà per trovarsi. Questa semplice osservazione vanifica il modello
conoscitivo deterministico a cui Newton ci ha abituati, perché l'evoluzione
futura della biosfera non somiglia affatto ad un tavolo da biliardo dove, una
volta conosciute le variabili, le forze e le condizioni iniziali, non si danno
mai sorprese. Nell'evoluzione della biosfera, insomma, il concetto di 'legge di
natura' perde la sua forza vincolante. E ciò vale non solo per la biosfera, ma,
a maggior ragione, anche per l'ambito del mentale, dell'economico, dell'etico e
di ogni altra sfera della cultura umana. In tali contesti si può solo parlare
di 'causalità anomala' afferma Kauffman, riprendendo l'espressione del filosofo
Donald Davidson.
Il procedere del discorso è maturo,
secondo Kauffman, per far lampeggiare il segnale della 're-invenzione del
sacro'. Infatti, “in questa incessante creatività dell'universo, della biosfera
e della storia e della cultura umane, noi possiamo reinventare il sacro e
trovare una nuova concezione di Dio interamente naturale come la grandiosa
creatività che ci circonda” (pp. 140s.). Aver reintrodotto nel mondo, dopo i
secoli di incantesimo galileiano, un margine ampio e nuovo di libertà, in grado
di oltrepassare le note leggi naturali vale, per Kauffman, come motivo per
poter tornare a parlare di Dio e di spiritualità, superando quella scissione
fede-ragione che lo statuto originario della scienza sembrava pretendere.
A scanso di equivoci, Kauffman passa
subito a precisare il rapporto tra la sua concezione e la teoria
dell'Intelligent Design secondo cui – egli la presenta così – alcuni caratteri
della natura sono talmente complessi che non potrebbero essere nati casualmente
e quindi comportano la presenza, a monte, di un progetto iniziale che, nella
fattispecie, sarebbe da ricondurre alla mente di un Dio Creatore. Da
scienziato, Kauffman confessa che non dovrebbe neppure prendere in
considerazione una tale teoria, come fa legittimamente la maggior parte dei
suoi colleghi, ma, volendo assumere “una posizione più moderata” (p. 151),
concede la sua replica che si concretizza con l'aneddoto di quello scienziato
che, nel corso di una deposizione in un processo, si presentò con una trappola
per topi scomposta in vari pezzi e ne usò una parte come fermacarte, un'altra
come accessorio per la cravatta e così via. Con grande appoggio al senso
visivo, egli aveva spiegato in modo efficace la teoria dei preadattamenti
darwiniani, che rappresenta anche la confutazione maggiore dell'Intelligent
Design, mostrando come non sia necessario il ricorso ad un progetto per formare
entità utili anche molto complesse, ma solo il combinarsi, in un ambiente
congeniale, di forme e funzionalità che la natura spontaneamente e
incessantemente crea. [Il concetto di 'preadattamento darwiniano',
nell'elaborazione successiva di Kauffman, assume la forma più generale della
teoria del 'possibile adiacente', per cui l'evoluzione, anziché selezionare i
caratteri più idonei alla sopravvivenza nel breve termine, lascia fiorire una
generosa abbondanza di caratteri, anche se non immediatamente fittest,
affinché, mutati con il tempo gli ambienti, siano a disposizione soluzioni per
eventuali nuovi bisogni, riadattando, o ricombinando, ciò che già c'è, dopo
varie “esplorazione evolutive”. Questo vale soprattutto per la biosfera, ma
anche per l'ambiente culturale e cognitivo].
Il nuovo senso del sacro
Da qui decolla la lunga traiettoria
che, facendo tappa sull'evoluzione dell'economia (cap. 11), sulle recenti
teorie del cervello e della mente (capp. 12 e 13) e sull'evoluzione di un'etica
globale (capp. 17 e 18), giunge fino all'ultimo capitolo (il 19), dedicato
propriamente a “Dio e la reinvenzione del sacro”. Il punto di partenza è giusto
la rottura dell'incantesimo galileiano e la scoperta di un modo di operare
della natura libero e creativo. “Io credo che questa nuova visione infranga
l'incantesimo galileiano della sufficienza della legge naturale. Al suo posto,
una libertà che ancora non comprendiamo, ma la creatività incessante
nell'universo, la biosfera e la vita umana sono i suoi talismani. Io credo che
la creatività sia sufficiente per reinventare il sacro inteso come la
straordinaria realtà in cui viviamo … noi viviamo, in realtà, una vita in
avanti, verso il mistero. E dunque anche noi facciamo parte del sacro da
reinventare” (pp. 155s.).
I capitoli che precedono il gran
finale ruotano intorno ai concetti di intenzionalità, di agency, di
significato, di valore … tutti elementi di una realtà che non ha possibilità di
essere spiegata tramite le varie versioni del riduzionismo e del determinismo,
che non può essere negata nella sua lampante esistenza e che, per giunta,
neppure può essere deprivata della sua forza causale, dato che è proprio essa a
scandire la vita di ogni essere umano.
Il messaggio, nella sua essenza è
perfino semplice e ben ribadito: “Sia Dio il nome che attribuiamo alla
creatività nell'universo” (p. 240); questo conduce a “onorare ogni forma di
vita e il pianeta che le alimenta” (p. 287), e diventa il perno di un'etica
globale, “spazio sacro condivisibile da tutti” (p. 290), dove lo scontro
plurisecolare tra società laica e religiosa trova finalmente pacificazione.
L'ultimo scrupolo di Kauffman si
dirige verso coloro che potrebbero percepire un amaro sapore sacrilego sia
nell'uso del termine 'Dio' in questa nuova accezione, sia per coloro che
potrebbero essere disturbati anche dalla sola espressione 'reinvenzione del
sacro', dato che il sacro, per loro, propriamente non è un'invenzione umana.
Per Kauffman, tuttavia, questa impostazione perde ogni ombra sacrilega nel
momento in cui l'umanità riesce a istillare anche nella visione religiosa un
sano seme di evoluzione: “il nostro senso di Dio si è evoluto dal Dio
dell'Antico Testamento al Dio deista dell'Illuminismo, al nostro creatore
teista e ad altre accezioni contemporanee di Dio” (p. 296). La chiesa di Notre
Dame è stata eretta sopra un sito sacro druidico; il santuario di Chimayò su un
sito sacro dei nativi americani: il lungo sguardo della storia, anche della
storia delle religioni, insegna che il sacro rimane immutato nel mutare delle
forme con cui esso si presenta. Oggi, forse, il tempo è maturo per presentarlo
come “creatività naturale nell'universo” (p. 299).
Reinventare il sacro o reinventare la
scienza
Appare piuttosto chiaro che l'intento
primariamente perseguito da Kauffman con questo libro sia quello di
re-inventare la scienza piuttosto che il sacro, e che l'unica sacralità ivi
rinvenibile stia nell'ossequio che l'autore rivolge nei confronti della sua
idea di una visione scientifica fondata sul concetto di 'emergenza'. Sulla
presentazione di tale idea, sulla raccolta delle argomentazioni a suo favore –
sia proprie che di altri autori –, sulle esemplificazioni della sua bontà in
vari ambiti di ricerca, il testo dà il meglio di sé, tanto da poter essere
annoverato tra i manifesti dell'emergentismo più corposi e convincenti. Con
tanta forza argomentativa Kauffman avanza la sua pars construens e con pari
incalzante vigore compie la sua opera destruens nei confronti del riduzionismo,
sineddoche per l'intero apparato dell'attuale scienza ufficiale. È certamente
per questo che Kauffman si è guadagnato un ruolo da protagonista nel libro La
fine della scienza (Adelphi, 1998; tit. or., The End of Science. Facing the
Limits of Knowledge in the Twilight of the Scientific Age, Basic Books,1996),
con cui John Horgan fotografa la paradossale situazione culturale contemporanea
in cui gli avanzamenti scientifici più innovativi finiscono per incrinare gli
stessi fondamenti sopra cui hanno potuto elevarsi.
Kauffman è spesso considerato un
polimata (uomo universale, alla Leonardo da Vinci) per la vastità e varietà
delle sue conoscenze. E i suoi testi legittimano il titolo. Se indiscutibili
sono le sue competenza di biochimica, fisica, medicina, genetica e filosofia,
forse però è possibile sollevare un appunto proprio sotto l'aspetto teologico,
dove la soluzione religiosa 'ecumenica' proposta dal libro e basata sul
concetto di 'Dio' quale creatività nell'universo, non sembra raggiungere
appieno gli esiti auspicati. È, infatti, più probabile che essa, anziché
diventare anello di congiunzione, o spazio condiviso di dialogo, tra credenti e
atei, incontri l'anelata unanimità solo nello scontentare un po' tutti: i
primi, perché vedono diluire la propria relazione personale con Dio in un vago
e anonimo sentore di trascendenza; i secondi, in quanto si vedono rientrare
dinanzi, almeno come nome e come simbolo, quella realtà che strenuamente
avevano tentato di combattere ed eliminare.
Per quanto riguarda la decifrazione
della singolare posizione religiosa prospettata, essa può essere fatta
rientrare, abbastanza riconoscibilmente, in una forma di panteismo, di cui la
storia ha mostrato modulazioni diverse, spesso molto sottili (v. la voce
'panteismo' nel Dizionario del DISF). La versione di Kauffman ha molti tratti
in comune con quella che è definita come 'panteismo immanente', per cui la
divinità, lungi dall'essere un Dio personale, creatore ex nihilo, giunge in
ultimo a identificarsi con un'eterea 'energia vitale' che anima l'universo
dall'interno e lo spinge a creare incessantemente forme nuove. Anche certi
legami con il 'vitalismo', a tratti, risaltano chiaramente. Al termine del
libro Kauffman, per precisare la propria posizione, stabilisce un breve
confronto con il panteismo di Spinoza, confessandone la vicinanza di spirito,
ma contrassegnandone anche le distinzioni concettuali. E tali distinzioni si
arroccano, ancora una volta, sulla nuova visione scientifica del mondo
proposta. Come Spinoza e con Spinoza, Kauffman può sottoscrivere il 'Deus sive
Natura', ma, mutando in maniera consistente il concetto di 'natura', si
trasforma, concomitantemente, anche quello di 'deus'. Dio è sì “dispiegamento
della natura” (p. 299), ma la natura non è più da intendere galileianamente
come un sistema normato da leggi fisse che regolano deterministicamente il
Tutto, quanto piuttosto come una forza creativa che non cessa mai di far
emergere novità di forme e comportamenti. Alla posizione teorica si attaglia
bene la considerazione di Enrico Fermi: “Nella Bibbia non si dice che tutte le
leggi di natura sono esprimibili linearmente”, citata eloquentemente da James
Gleick nella sua bella ricognizione sull'ambiente teorico della complessità
(Caos. La nascita di una nuova scienza, Rizzoli 1989, che segue di due anni
l'edizione originale). Non si deve, al contempo, confondere la posizione di
Kauffman con quella del cosiddetto Theistic Emergentism, di cui informa
recentemente Benedikt Göcke in “Concepts of God and Models of the God-world
relation” (in Philosophy Compass, 12, 2, 2017) e che designa propriamente una
visione in cui Dio è un'entità in via di formazione, che troverà il suo
compimento con il definitivo svolgimento dell'universo (cf., ad esempio, Nancy Ellen
Abrams, A God that Could Be Real. Science, Spirituality and the Future of Our
Planet, Beacon Press 2016). A questo proposito, è significativo che
l'espressione più frequentemente usata nel testo per designare Dio sia
“creatività nell'universo” e non “creatività dell'universo”, ad indicare che il
vero Soggetto e Motore del Tutto mantiene un qualche tratto distintivo rispetto
al puro dato materiale. Dinanzi al Dio cristiano, la versione di Kauffman perde
quasi tutto del Dio personale (fatta salva, forse, una volontà rivolta ad un
fine), ma mantiene, se non, addirittura, enfatizza, l'attributo creante, specie
nell'aspetto della 'creatio continua', di cui l'emergentismo potrebbe
rappresentare la 'traduzione' nelle categorie linguistiche della contemporanea
cultura scientifica. Una traduzione che, più di un'operazione di
de-mitizzazione, sembra essere una trans-mitizzazione (v. “Un'interpretazione
filosofico-religiosa 'trans-mitizzante'” di Adriano Fabris, in Il Nuovo
Giornale di Filosofia della Religione 7, 2018), passando dai simboli del mito
religioso al linguaggio del mito scientifico, anzi post-scientifico, se la
nuova visione della scienza segna veramente un superamento della tradizionale
impostazione scientifica. E lo sforzo profuso da Kauffman di riesprimere il
sacro in un altro linguaggio sembra essere la coraggiosa risposta ad
un'esperienza che si fa sempre più percepita.
Per il suo essere figura
contemporanea della fenomenologia del sacro; per il suo tentativo di
riesprimere il 'senso religioso' tramite le categorie scientifiche, piuttosto
che filosofiche, avendo ormai l'epoca contemporanea segnato questa preferenza;
per la capacità di aprire spiragli transdisciplinari su tematiche rilevanti e
attuali, il testo interessa e sollecita anche la riflessione teologica.
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