mercoledì 24 dicembre 2025

Scienza e Teologia: Teilhard de Chardin pensatore universale un bilancio del cinquantenario (1955-2005)

Scienza e Teologia: Teilhard de Chardin pensatore universale un bilancio del cinquantenario (1955-2005)

Leonardo Angeloni (Dipartimento di Chimica Università di Firenze) angeloni@chim.unifi.it 

Stabilità e complessità : una rilettura delle teoria evoluzionistica di Teilhard sulla base delle moderne acquisizioni scientifiche  

1-2 dicembre 2006 Auditorium Toniolo, ( Piazza Arcivescovado – Pisa )

Struttura dell’intervento 

1) Teoria evoluzionistica darwiniana e teilhardiana 

a) caso e probabilità 

2) Fondamenti scientifici dell’intuizione teilhardiana 

a) Entropia e vita 

b) Energia, molteplicità e complessità 

c) Noosfera e cultura 

3) Implicazioni filosofiche e teologiche 

a) nuovo concetto di libertà 

b) dualismo materia e spirito ( trascendenza) 

c) Fede e ragione.

lunedì 22 dicembre 2025

M. KEHL, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione

 M. KEHL, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia 2009.


Recensioni


Medard Kehl, teologo gesuita tedesco, noto anche per i suoi studi in ambito ecclesiologico ed escatologico, aveva già dato prova della sua competenza nella materia con la pubblicazione del trattato « E Dio vide che era cosa buona ». Una teologia della creazione (Queriniana, Brescia 2009, pp. 470). Nel rielaborare il materiale per offrirlo ad un pubblico più ampio, la sintesi risultante ha il merito di coniugare la chiarezza espositiva con la profondità dei ragionamenti, di presentare la dottrina cattolica sulla creazione in dialogo con le istanze del pensiero e della scienza contemporanei, e di saperla mettere in relazione con la prassi e la spiritualità cristiana. 

Il libro è diviso in sei capitoli. Il primo costituisce l’introduzione, nella quale Kehl sviluppa l’idea di creazione alla luce della nozione biblica di benedizione divina, il che pone dall’inizio il discorso nei giusti termini di un fondamentale ottimismo cristiano davanti al mondo creato da Dio. La creazione è vista quindi come il primo bene-dire di Dio, che attraverso la sua parola, che è anche amore, dona l’essere alle creature. Si intravvede qui un collegamento con l’altra grande benedizione divina, che porta nel mondo una nuova creazione, e cioè la croce di Cristo. Ma l’autore tratterà questo argomento più avanti. 

Il secondo capitolo, di carattere epistemologico, riesce ad sviluppare in un modo chiaro l’idea che le diverse prospettive sull’argomento, quella delle scienze, della filosofia e della teologia, non sono in opposizione, ma si completano a vicenda. In questo senso l’autore fa un’affermazione importante : «Insieme a molti scienziati e teologi, sono del parere che l’alternativa “creazione o evoluzione” sia fondamentalmente superata da molto tempo. Entrambe le parti, le scienze e la fede, parlano dello stesso mondo, ma sotto due punti di vista molto diversi ed entrambi i punti di vista sono importanti per noi uomini. Insieme offrono una visione del mondo molto più ricca di quella che possono dare se presi ciascuno per conto suo » (p. 13). A questo proposito l’utilizzo di alcuni verbi si rivela molto efficace : la scienza spiega, la filosofia cerca di comprendere, mentre la teologia si stupisce e ringrazia. 

Il terzo capitolo si propone di mettere a confronto l’idea cristiana di creazione con altre visioni del mondo nel loro rapporto con Dio. Alla domanda se il mondo non sia frutto semplicemente di un cieco caso oppure la materializzazione di forze divine, il cristianesimo risponde che il mondo non è né l’uno né l’altro, ma è “creazione”. In questo punto l’analisi di Kehl va al cuore della problematica attuale, in quanto prende atto del fatto che oggi c’è un’oscillazione tra due visioni estreme : da una parte il deismo, che vede Dio completamente separato dal mondo, cancellando così la sovranità divina sulla creazione ; e dall’altra un evoluzionismo tendente al panteismo, che vede Dio troppo unito alla sua creazione. In fondo, come aveva già spiegato più profondamente nel primo libro, Kehl segnala l’idea di creazione come capace di armonizzare la differenza e la relazione, o, se si vuole, la trascendenza e l’immanenza divina. Questo è possibile se si intende l’idea della creazione continua insieme a quell’altra della conservazione nell’essere. Fondamentale dunque l’insistenza nella libertà divina creatrice, in quanto la rivelazione cristiana dice che Dio ha creato tutto dal nulla per amore. Altro elemento interessante è l’importanza della prassi cristiana della preghiera, che l’autore segnala come elemento illuminante. Infatti, se non vi fosse una qualche relazione tra il mondo e Dio, non avrebbe senso la preghiera, come neanche lo avrebbe se ci fosse confusione più che relazione. 

Proprio ad un’analisi della rivelazione biblica sulla creazione dedica Kehl il quarto capitolo del libro, concentrando la sua attenzione sulle prime pagine della Genesi, cuore della dottrina biblica sull’argomento. Qui troviamo una spiegazione dell’origine della fede israelita nel Creatore, in rapporto con i miti pagani, ma sapendo anche sottolineare gli elementi che caratterizzano l’originalità biblica, cioè il monoteismo di Dio trascendente e libero, una “democratizzazione” della dignità dell’uomo e della donna creati ugualmente a immagine e somiglianza di Dio, il disincantamento del mondo, come ad esempio nel fatto che le stelle sono create e quindi non sono di natura divina. Kehl accentua in diverse occasioni un altro elemento importante della concezione biblica, e cioè che la creazione non riguarda solo l’inizio, ma che Dio l’ha aperta al futuro, in quanto si tratta di una creazione continua ma anche di una nuova creazione, perché Dio agisce sempre nella storia e rinnova tutto. In questo senso è molto pertinente l’avverti mento dell’autore di non confondere inizio con origine. Forse un contrappunto critico lo si potrebbe osservare a proposito dell’interessante comparazione della liturgia giudeocristiana con i miti antichi come un rivivere nel presente l’originario (cfr. p. 53), nel senso che si potrebbe esplicitare lì l’idea sviluppata da altri autori della sostituzione, nel cristianesimo, del mito con la storia della salvezza. Ci sono altri elementi efficacemente sottolineati da Kehl, a mio avviso, come ad esempio l’idea del mondo come la casa che Dio, il Creatore, affida agli uomini sue creature. In questo senso, si supera andando molto in là l’accusa diffusa negli anni ’70 all’idea biblica del dominio del cosmo da parte dell’uomo come causante dei disastri ambientali, in quanto nella concezione della Genesi non c’è nessuna traccia di invito alla distruzione. 

 Kehl non si sottrae al difficile compito di parlare oggi della situazione dei progenitori nel paradiso e dell’origine del male. È interessante la sua spiegazione dell’ingresso della  morte nel mondo (che si serve della riflessione di Leo Scheffczyk, cfr. p. 70). Ma ancora più illuminante, secondo me, è la riflessione che cerca di ridimensionare l’idea – del resto così diffusa in alcuni ambienti – che in fondo la disubbidienza era in qualche modo necessaria per la crescita dell’uomo, che diventa così adulto e quindi indipendente da Dio (cfr. p. 73). L’autore sottolinea che solo Dio poteva sopportare la conoscenza del male e proprio per questo voleva evitarlo agli uomini. Solo Dio può mettere dei limiti al male. In questo senso si apre una comprensione del peccato originale come abbandono della fiducia nel fatto che l’ordine della creazione di Dio è la cosa migliore per noi, cioè la non accettazione della nostra finitezza, che viene allora vissuta come un male. Si rivela molto efficace la lettura cristologica della vicenda adamitica che l’autore propone nello stabilire un parallelismo fra la tentazione primitiva del serpente e le tentazioni subite da Gesù, nuovo Adamo, nel deserto. Questo permette di sviluppare alcuni elementi già presenti nella miglior tradizione dei Padri e Dottori, quali la libertà umana davanti alla tentazione, la visione della morte come castigo, il fatto che la diffidenza da Dio altera la vita dell’uomo. Tuttavia, Kehl evita di entrare troppo in altre spinose questioni suscitate dal peccato originale e la sua specificità (il che implicherebbe anche la questione dello stato di giustizia originale), come prova anche il fatto che la sezione ad esso dedicata nel capitolo successivo è dovuta ad un altro autore. Più indovinato mi sembra invece il modo col quale Kehl tratta del tema “Gesù e la creazione”, che per certi versi, a mio modo di vedere, è abbastanza originale e suggestivo. L’autore inoltre insiste giustamente nel concepire la nuova creazione della quale ci parla il Nuovo Testamento come qualcosa di ontologico. 

Il capitolo quinto è dedicato ad una serie di domande che suscita la fede nella creazione nell’uomo di oggi, anche se ovviamente si tratta di problematiche, particolarmente quelle sulla sofferenza e l’origine del male, che riguardano in realtà l’uomo di ogni epoca. Nella spiegazione della teodicea è da apprezzare lo sforzo per presentare in modo convincente l’attributo divino dell’onnipotenza (non mancano, infatti, oggi alcune proposte che vorrebbero ridimensionarla), la quale non cede davanti alla presenza del male nel mondo, anzi si manifesta in un modo ineffabile nella croce di Cristo. L’autore fa vedere inoltre come l’autonomia e la libertà delle creature, volute da Dio in quanto desidera di essere amato liberamente, implicano in qualche modo la possibilità di prendere una strada diversa, e dunque del male. 

 Seguono due paragrafi non dovuti in modo immediato alla penna di Kehl. Il primo sul peccato originale, di Michael Sievernich, come abbiamo precedentemente anticipato. L’altro, sul rapporto fra fede nella creazione e scienze naturali, di Hans-Dieter Mutschler. Di quest’ultimo, lasciando ora da parte le riflessioni sul caos e il caso, mi sembra particolarmente efficace l’argomentazione di fronte all’ateismo materialista. Kehl riprende il discorso per toccare due ultime tematiche. In primo luogo l’etica ecologica, sviluppando una corretta visione della responsabilità per il creato dove il primo posto è occupato giustamente dalla creatura umana. Il capitolo conclude con una riflessione, non priva di bellezza, sul potere e il significato della preghiera di petizione nel contesto della dottrina della presenza provvidente di Dio nel mondo. La dimensione simbolica affiora più esplicitamente nel breve e ultimo sesto capitolo del libro, il quale, sotto l’angolatura della spiritualità della creazione, segnala alcune immagini (artista, re, padre/madre) che esprimono la fede nel Creatore. E finisce esponendo brevemente le affermazioni dei simboli della fede riguardanti il Creatore, che è il Dio Uno e Trino, come si evince anche dalla tradizione liturgica della Chiesa. In questo modo Kehl conclude aprendo la riflessione ad una concezione trinitaria della creazione, che è una delle sfide, direi la sfida più importante, dell’attuale teologia della creazione. La considerazione che tutto è stato creato in Dio, che siamo diversi da Dio ma viviamo in qualche modo in lui, si può capire solo alla luce del fatto che Dio stesso è relazione, amore che dona spazio per l’esistenza dell’altro, perché già prima di creare, se si potesse parlare così, Dio in sé stesso è mistero di amore e di comunione. Come si è visto, ci sono tanti elementi per congratularsi con l’autore del libro. Vorrei concludere solamente sottolineando come la pubblicazione di questo volume, insieme a quella trattazione precedente più ampia, fa capire nuovamente come la teologia della creazione ha bisogno di non essere emarginata all’interno delle discipline antropologiche, ma di essere sviluppata come trattato a sè, per riconoscere l’importanza che il primo articolo della fede ha come fondamento delle altre parti della teologia che si occupano del progetto salvifico della Trinità. S. Sanz

Robert Cheaib

Nello studio dell’antropologia teologica (o «cristiana», come preferiscono alcuni), il capitolo sulla Creazione è ricco di sorprendenti contenuti. Esso considera tematiche che sono tutt’altro che marginali: l’origine del mondo, il rapporto sussistente tra creatura e creatore, la portata veritativa dei racconti simbolici di Genesi, la questione della sofferenza, del male e dell’annessa teodicea, il «peccato originale», la provvidenza, ecc. Il libro del gesuita tedesco Medard Kehl, Creazione. Uno sguardo sul mondo riprende tali questioni da una prospettiva dialogica. Considerando le principali visioni contemporanee su queste tematiche offre un ottimo riquadro che permette di meglio percepire la génie du christianisme. Visto nel quadro della bibliografia dell’autore, il libro costituisce una ripresa divulgativa (non che ciò significhi semplicistica o superficiale) del libro più consistente e voluminoso «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione.

La teologia della creazione offerta da Kehl non si chiude nell’ottuso solipsismo (che è un tradimento della stessa teologia), ma si apre al dialogo permettendo l’interrogazione della visione teologica, il che produce di fatto una teologia più attuale e più consistente. La convinzione di fondo è che non siamo dinanzi all’alternativa tra teologia o scienza, tra «creazione o evoluzione», in quanto «entrambe le parti, la scienza e la fede, parlano dello stesso mondo, ma sotto due punti di vista molto diversi ed entrambi i punti di vista sono importanti per noi uomini».
A partire da tale sguardo rilassato sul contributo delle varie discipline, Kehl mostra la particolarità dello sguardo sapienziale teso ben oltre la spiegazione empirica. La sapienza posa sulla creazione uno sguardo proteso a «comprendere». Ora comprendere è qualcosa «di più e di diverso rispetto a spiegare» perché «chi vuole comprendere pone domande alle quali le semplici spiegazioni non sono in grado di rispondere». Il desiderio di comprendere non può essere soddisfatto dalla mera prospettiva delle scienze naturali perché la comprensione richiama nel contempo la realtà e il soggetto interrogante stesso e il rapporto stretto che intercorre tra di loro.
Ebbene, lo sguardo teologico, ovvero, lo sguardo di fede, non si ferma neppure alla comprensione, ma si apre a una relazione. Oltre allo spiegare, oltre al comprendere, la fede si apre a un rapporto personale con il Creatore del mondo. Entrano in gioco così altre sfumature come «lo stupore e la gratitudine». Lo stupore è l’apertura degli occhi del cuore che percepisce acutamente una grandezza celata nella sua discrezione, ma sempre presente allo sguardo che ascolta. Una creazione che richiama alla responsabilità e alla risposta perché più che oggetto, la creazione è un appello e, come dice qualche autore spirituale, una lettera d’amore dal Creatore.

Creazione ed Evoluzione. Un Convegno con Papa Benedetto XVI a Castelgandolfo

 Vedi anche: NÉ DARWINISMO NÉ INTELLIGENT DESIGN.UN CONFRONTO TRA HANS JONASE JOSEPH RATZINGER


Horn S. O. (a cura di), Creazione ed evoluzione. Un convegno con papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo, EDB, Bologna 2007.

Indice: Prefazione, di C. von Schönborn; Evoluzione e disegno. Tentativo di una ricognizione della teoria dell’evoluzione, di P. Schuster: Discendenza e disegno intelligente, di R. Spaemann; Il problema della creazione e della evoluzione, di P. Erbrich; Fides, ratio Scientia: il dibattito sull’evoluzionismo, di C. von Schönborn; Fede nella creazione e teoria dell’evoluzione. Differenza e punto di intersezione, di S. Wiedenhofer. Riferimenti bibliografici.

Continuando una tradizione annuale già attiva durante gli anni della sua docenza universitaria, il prof. Joseph Ratzinger ha voluto anche da Romano Pontefice riunire i suoi allievi, invitandoli a discutere insieme a lui a Castelgandolfo. Il tema dell’incontro tenuto nell’estate del 2006 ha ricevuto una notevole eco da parte dei mass media a motivo dell’attualità dell’argomento prescelto: il rapporto fra creazione ed evoluzione. La discussione era considerata particolarmente significativa perché nei mesi precedenti erano state rilanciate, spesso con poca precisione e qualche travisamento, dichiarazioni prima del card von Schönborn, e poi dello stesso Benedetto XVI, contro il darwinismo e a favore dell’intelligent design. I testi delle relazioni informali tenute il 1 e 2 settembre 2006 nell’incontro di Castelgandolfo, riviste per la pubblicazione, sono state offerte prima in lingua tedesca (Augsburg: Sankt Ulrich Verlag, 2007) e subito dopo in lingua italiana, nell’edizione che qui presentiamo. Merito del volume è anche quello di raccogliere la discussione fra i partecipanti, che occupa quasi la metà delle pagine in stampa, inserendo idealmente il lettore nel clima vivace del dibattito, rendendolo partecipe delle reazioni dei vari interlocutori alle riflessioni comuni, comprese quelle di Benedetto XVI.

Il motivo per il quale, all’interno della galassia di pubblicazioni sul medesimo tema prodotte nell’ultimo decennio, abbiamo scelto di segnalare quest’opera, non è dettato dalla cornice autorevole ed in certo modo insolita del volume e dei suoi protagonisti, né si tratta di una segnalazione di interventi del Magistero cattolico, e dunque degni di interesse in quanto tali, perché il contenuto di questo volume Magistero non è. Si tratta, invece, di uno dei rari esempi di discussione filosofica sull’evoluzione e sul suo significato. Non è una discussione fra biologi e teologi, né un dibattito fra pensiero ateo e pensiero teista, duetti ai quali siamo troppo abituati e che si svolgono, tranne rare eccezioni, secondo canoni retorici o al massimo dialettici, nei quali i luoghi comuni sembrano condizionare l’intera discussione. In questo caso si tratta di riflessioni di indole principalmente filosofica, condotte da autori che si interrogano sul significato della teoria dell’evoluzione per l’interpretazione della realtà e formulano precise domande sulle sue eventuali ripercussioni per la loro fede di credenti. Il minore spazio dedicato alla prospettiva specificamente biologica (limitata nel volume ad una sola relazione, quella di P, Schuster), non è qui una mancanza, perché ciò su cui si è finora poco riflettuto è, appunto, sulla valenza e sulla dimensione filosofica dell’evoluzione, spesso presentata esclusivamente come teoria o quadro biologico-scientifico, lasciandone implicita la sua importate carica di visione della realtà, o spesso mescolando quest’ultima con la presentazione dei dati empirici, rendendo più arduo, al lettore inesperto, il compito di separare l’una dagli altri.

Attraverso le pagine di questo volume il card. Christoph von Schönborn, che firma la prefazione e una delle relazioni, ha la possibilità di chiarire meglio il suo pensiero, che la reiterata riproposizione mediatica del suo originario commento del 2005 sul The New York Times, aveva fino a questo punto omologato su una posizione di rifiuto perentorio della teoria dell’evoluzione, rifiuto peraltro ingiustificato alla luce di quanto egli scrive nelle pagine che raccolgono la discussione dei giorni di Castelgandolfo. Le riserve di von Schönborn paiono collocarsi piuttosto nell’ambito filosofico e interpretativo. «Dove — egli si chiede — nella teoria di Darwin (e nei suoi sviluppi successivi) opera realmente la scienza e dove invece si tratta di elementi ideologici legati a una visione del mondo ed estranei alla scienza? Occorre scindere Darwin dal darwinismo, liberarlo dalle sue catene ideologiche. Ci sono buone ragioni per supporre che ciò sia possibile» (p. 81). Von Schönborn invoca la necessità del recupero della nozione di “forma”, e incoraggia lo sviluppo di una più profonda “filosofia della natura” e di una rinnovata teologia della creazione, (cfr. pp. 91-92) quest’ultima già giudicata assente a suo tempo da Ratzinger, in buona parte della dogmatica della seconda metà del Novecento. Per quasi tutti i partecipanti al Convegno di Castelgandolfo queste discipline rappresentano il luogo proprio del dibattito sull’evoluzione. Dell’evoluzionismo darwinista von Schönborn biasima, con toni piuttosto decisi, soprattutto il suo assurgere a visione esaustiva ed onnicomprensiva della realtà, quasi alla stregua di una “religione”. «Perché l’evoluzionismo —egli si chiede ancora in proposito — è divenuto ormai quasi una sorta di surrogato della religione? Perché tanto spesso viene difeso in modo così aggressivo ed emotivo?» (p. 93). Si tratta di domande, osserviamo, che abitualmente lo scienziato non si pone, perché in certo modo distanti dalla sua sensibilità, ma che al filosofo non sfuggono.

L’intervento di Robert Speamann opera un chiarimento fra le condizioni della origine e della evoluzione della vita, oggetto della teoria dell’evoluzione, e la spiegazione della coscienza del singolo, dell’essere umano. Quest’ultima pare irriducibile ad ogni paradigma evolutivo, aprendo la strada alla nozione teologica di relazione personale fra il Creatore e la creatura. Solo l’autocoscienza è capace di riflettere sul senso della storia e manifestare la sorpresa dell’esserci, che può tramutarsi in lode di ringraziamento al Creatore. Una irriducibilità che, nell’ambito della materia e della vita non cosciente, rimanda alla originalità dell’informazione.

Paul Erbrich sottolinea che ogni filogenesi è anche un’ortogenesi. Nella storia dei viventi pare innegabile la presenza di finalismi che non traggono spiegazione dall’interno della teoria dell’evoluzione in quanto tale, come ad esempio la sopravvivenza, la riproduzione, l’emancipazione dal proprio ambiente, la migrazione dai mari alla conquista della terra e dell’aria, apparentemente non dettata da mere questioni di cibo e di conservazione. Mentre nel mondo inorganico tutto tende all’equilibrio termodinamico, al degrado e alla morte, nel mondo organico i viventi tendono alla sopravvivenza, alla riproduzione, all’emancipazione. L’introduzione di un cambio del paradigma, o probabilmente di un gioco linguistico, come quando si ragiona in termini di complessità invece che di teleologia, non risolve il problema del perché vi sia questa tendenza. Domanda che, secondo l’autore, resta aperta anche perché nelle mutazioni genetiche l’azione del caso, da solo, non è “la causa” dell’evoluzione.

Nella sua prefazione al volume, von Schönborn introduce alcune riflessioni dell’allora card. Joseph Ratzinger sul tema dell’evoluzione, offrendone una sintesi significativa, che potrebbe essere così riassunta: credere nella creazione vuol dire credere che un mondo in divenire possiede un senso, proviene da un Logos e tende verso un fine, mentre i dettagli del percorso sono lasciati all’induzione delle scienze. Di certo interesse abbiamo trovato anche il recupero di alcune riflessioni di Ratzinger sull’antropogenesi, formulate nel 1968. «Il fango è divenuto uomo — affermava Ratzinger durante una trasmissione radiofonica della Süddeutsche Rundfunk — nel momento in cui un ente per la prima volta, anche se in forma alquanto oscura, è stato in grado di formare l’idea di Dio. Il primo Tu che — per quanto balbettando — venne rivolto da bocca d’uomo a Dio, designa il momento in cui lo spirito è comparso nel mondo» (pp. 11-12).

Dagli interventi di Benedetto XVI alla discussione, riportati nella seconda parte del volume, ci pare poter enucleare due idee portanti. La prima è l’insistenza, manifestata già in altri interventi come Pontefice, circa la leggibilità della natura, l’esistenza di una razionalità che permea la materia e che la trascende, e che in ultima analisi rimanda, con gli occhi della fede, alla presenza di un Logos creatore. La seconda riguarda la valutazione delle domande filosofiche che sorgono nella scienza: anche se il metodo scientifico non ha gli strumenti, da solo, per poter dar loro una risposta, esse sono legittime e ragionevoli. Il dibattito fra creazione ed evoluzionismo — quest’ultimo inteso come prospettiva filosofica che trasforma una teoria biologica in una visione del mondo — viene da Benedetto XVI sinteticamente ma efficacemente ricondotto entro due precise prospettive filosofiche, che non interpretano affatto un dibattito fra scienza e fede. C’è una razionalità originaria, un Logos da cui tutto ha origine e al quale tutto tende, giustificando così il credere in una ragione creatrice, oppure l’ultima parola è l’irrazionalità, l’assurdo, l’assenza di risposte al nostro umano interrogare? La scienza non ha una risposta a questa domanda, ma può aiutare forse a scegliere la prospettiva giusta entro cui collocarsi. È il dono della fede nel Logos incarnato, crocifisso e risorto, che ci consegna la risposta definitiva, rivelando al contempo, in tutta la sua pienezza, il senso e il valore di quanto la ragione scientifica chiedeva.

domenica 21 dicembre 2025

GORGONE S., «Dio e natura. La teologia trinitaria della creazione di Jürgen Moltmann»

 Vedi anche: 

Creazione aperta – La dottrina di Jürgen Moltmann e Trinità aperta – La dottrina di Jürgen Moltmann

Gorgone S., «Dio e natura. La teologia trinitaria della creazione di Jürgen Moltmann», conferenza (26.05.2011), pubblicato online: https://mondodomani.org/teologia/gorgone2011.htm 


di Sandro Gorgone (Roma, 26-28 maggio 2011)

La responsabilità della religione cristiana nei confronti dell'attuale crisi ecologica è stata da tempo e da più parti denunciata come una delle più nefaste conseguenze dell'interpretazione in senso antropocentrico dell'invito rivolto, nel libro della Genesi, da Dio all'uomo di «soggiogare e dominare la terra» (Gn 1, 28). Al di là delle possibili esegesi, tale espressione ha inaugurato una lunghissima "storia degli effetti" che ha segnato in modo rilevante la stessa tradizione culturale di matrice cristiana costituendo uno dei presupposti teorici più significativi perché l'uomo moderno arrivasse ad esercitare, attraverso la tecnica e le scienze, il proprio dominio incondizionato e la propria volontà di potenza sulla natura, ponendo così le premesse degli squilibri ecologici cui noi oggi assistiamo.

Soltanto di recente, soprattutto grazie all'azione del movimento ecumenico, il cui interesse per le questioni ambientali risale già ai primi anni settanta, le Chiese cristiane hanno preso consapevolezza della rilevanza della questione ecologica. La Chiesa cattolica, in particolare, ha espresso, soprattutto a partire dal magistero di Giovanni Paolo II, la sua attenzione verso questi temi attraverso l'accentuazione del rapporto tra Creatore e creatura e del senso del limite e dell'integrità del creato cui deve sottostare l'operare dell'uomo all'interno della natura. Altre tematiche ecologiche sono emerse col tempo, quali l'interconnessione reciproca dei vari livelli fisico-geologico, economico, sociale, politico e culturale del sistema costituito dalla biosfera, la limitazione delle risorse naturali e la considerazione delle conseguenze sull'ambiente del modello di sviluppo occidentale.

Il testo che da ultimo ha riportato l'attenzione su questo tema è stato il messaggio di Benedetto XVI per la giornata mondiale della pace del 2010 dal titolo Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Il messaggio riprende la connessione tra pace tra gli uomini e tra i popoli e pace con il creato già espressa dal Consiglio Ecumenico delle Chiese negli anni ottanta; quest'ultimo aveva promosso un impegno in favore della giustizia, della pace e dell'integrità di tutta la creazione.

Questa attenzione pastorale per la tematica ecologica1 ha favorito una rielaborazione del rapporto uomo-creato sia dal punto di vista esegetico che da quello teologico. È, infatti, possibile rintracciare nel testo biblico e nella tradizione cristiana un rapporto tra l'uomo e la creazione che non sia di dominio e di incondizionato sfruttamento, ma di partecipazione, condivisione e custodia. Chi legge oggi il testo genesiaco a partire dall'esigenza di un rinnovato incontro tra uomo e natura, ne sottolinea soprattutto l'affermazione della bontà della creazione,2 ripetuta sette volte e culminante nella benedizione del sabato; ciò che emerge è, in questa prospettiva, soprattutto il compito di cura e di custodia che l'uomo è chiamato a svolgere nei confronti dello splendore del giardino della creazione: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2, 15). Tale atteggiamento esegetico nei confronti dei testi della Genesi vi coglie senz'altro una dimensione antropocentrica, dal momento che l'uomo resta pur sempre il culmine della creazione, ma riorientata nel segno della responsabilità e della custodia nei confronti delle altre creature e della terra.

Per quanto riguarda il versante più propriamente teologico, proprio in concomitanza con l'emergere dell'interesse ecologico, si è assistito negli ultimi decenni ad un fiorire di studi sul tema della creazione che tentano di superare la prospettiva antropocentrica tesa alla desacralizzazione del mondo ridotto a mero scenario per il compiersi della storia della salvezza e che, soprattutto, impostano la relazione Dio-uomo-creazione a partire dal paradigma trinitario indicando anche la via di una possibile etica ecologica cristiana.3

Ciò offre la possibilità «di cogliere nella realtà del mondo una complessità differenziata, in cui l'attenzione alla globalità dell'ecosistema planetario non riduce quella per la singolarità dei viventi, a partire da quella per gli esseri umani».4 Tale impostazione trinitaria di una teologia ecologica della creazione, che, conformemente alle dinamiche globali cui è sottoposto il nostro tempo, afferma l'unità e l'interconnessione ed al contempo le differenze irriducibili di una società sempre più molteplice e plurale, può valere, forse, come uno dei principali riferimenti con cui condurre la ricerca di un senso e di un impegno comuni a tutta l'umanità.5

1. Teologia monarchica e teologia trinitaria

Uno dei primi e principali interventi all'interno di tale prospettiva trinitaria ed ecologica della teologia della creazione è stato il testo di Jürgen Moltmann del 1985 Dio nella creazione. Dottrina ecologica nella creazione6 che si ricollega al suo precedente studio dedicato alla trinità.7

Il punto di partenza di Moltmann è una critica radicale dell'impostazione tradizionalmente "monoteistica" del rapporto tra Dio e mondo: ad un Dio soggetto assoluto, pensato secondo quella che il filosofo Martin Heidegger ha definito la "metafisica della soggettività moderna",8 si contrappone un mondo divenuto oggetto della sua opera di creazione, conservazione e redenzione. Quanto più Dio veniva inteso in modo sovrano e trascendente, tanto più il mondo risultava estrinsecamente sottomesso ed immanente. Conseguentemente la relazione tra l'uomo, in quanto immagine di Dio sulla terra, ed il mondo si riduceva inesorabilmente ad un rapporto tra soggetto ed oggetto in cui la natura diviene fondo di riserva di energie e materie prime su cui poter esercitare, attraverso il progresso delle scienze e l'affinarsi della tecnica, una sempre più incondizionata ed illimitata signoria. Si genera, così, una netta divaricazione tra uomo e Dio e tra uomo e creazione:

Con il monoteismo del Soggetto assoluto Dio è stato sempre più demonizzato e il mondo sempre più secolarizzato. Di conseguenza, l'Uomo, l'immagine di Dio in terra, andava compreso come Soggetto di conoscenza e di volontà, che si contrapponeva al Mondo come al proprio Oggetto. Infatti egli poteva conformarsi a Dio signore del Mondo solo esercitando la propria signoria in terra. Come Dio è Creatore, Signore e Padrone del Mondo, analogamente anche l'Uomo doveva tendere a diventare signore e padrone della terra. Era appunto questa l'idea delle teologie centralistiche e il fondamento delle dottrine gerarchiche della sovranità.9

Se, tuttavia, si comprende Dio non più in senso monoteistico come soggetto assoluto, ma come il Dio Uno-Trino, come comunione "singolare e perfetta" di Padre, Figlio e Spirito, muterà profondamente anche il suo rapporto con il mondo da Lui creato assumendo le forme di un rapporto variegato e complesso di partecipazione e comunione. Tale rivolgimento trinitario del rapporto tra Dio e mondo ha decisive conseguenze a livello socio-politico ed ecologico. Mutato il modello trascendente, anche il rapporto tra gli uomini e tra l'uomo e le altre creature si sottrae alla gerarchia della sovranità per assumere la forma di una comunione con-creaturale10 nella prospettiva pneumatologia e messianica della redenzione degli uomini e della natura.

La dottrina ecologica della creazione che Moltmann sviluppa in senso trinitario ha come principale obiettivo quello di superare la distinzione gerarchica tra Creatore e creatura, particolarmente sottolineata nell'Antico Testamento in funzione anti-idolatrica; essa, piuttosto, afferma risolutamente che Dio è presente nel mondo e il mondo in Dio. La manifestazione di Dio, non è, in questa prospettiva, confinata unicamente nella storia della alleanza di Dio con il suo popolo, nella promessa che egli gli rivolge e nella missione di redenzione e liberazione che Egli affida ai profeti prima ed a Gesù poi. Dio è, invece, presente ed agisce mediante lo Spirito all'interno stesso della sua creazione; si manifesta nella forza vitale che custodisce, anima e rigenera incessantemente l'intera creazione conducendola al futuro del Regno. Senza timori di panteismo, una tale prospettiva teologica può, quindi, proclamare l'immanenza di Dio nel mondo: «Dio Creatore del cielo e della terra è presente in ciascuna delle sue creature e nell'intera comunione creaturale mediante il suo Spirito cosmico. [...] Dio non è soltanto il Creatore del mondo, ma anche lo Spirito dell'universo».11

Conseguentemente la ricerca di Dio non si limita alla venerazione mediata dalla funzione pontificale del culto che riesce a colmare il divario della trascendenza assoluta di Dio; essa si esplica piuttosto in senso eminentemente etico12 ed ecologico nell'immanenza di questo mondo, nella consapevolezza che Dio «non sia lontano da ciascuno di noi» (At 17, 27) e che «in lui noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).

Per comprendere l'immanenza di Dio nel mondo è necessario rimuovere il concetto di causa dalla dottrina della creazione, per cui il mondo sarebbe solo l'effetto dell'azione di Dio, inteso aristotelicamente come causa prima e come l'unico ente causa sui; il rapporto immanente tra Dio e mondo assume, invece, la forma di una rete di relazioni reciproche di comunione vitale e cosmica tra Dio-Spirito e creature che si esprimono non solo nelle azioni unilaterali di creare, preservare, sostenere e redimere, ma anche in quelle prettamente trinitarie di inabitare, partecipare, compatire, allietare e glorificare.

La dottrina trinitaria della creazione, tuttavia, non cerca di sanare attraverso una sorta di pneumatologia redenzionistica una contrapposizione già data tra Dio e mondo; essa, piuttosto, prende le mosse da una tensione interna a Dio stesso: Dio crea il mondo ed in esso si manifesta, in quanto ogni porzione della sua creazione è compenetrata dalla sua stessa essenza vivente: «Il mondo vive della e nella forza creatrice di Dio».13 Il Dio che trascende il mondo è al contempo il Dio che gli è immanente, così che nell'atto della creazione si può riconoscere un processo di autoidentificazione e di autoalienazione: Dio è in sé e allo stesso tempo è fuori di sé, ed è questo l'unico modo in cui Egli può comunicarsi all'uomo, manifestando se stesso nell'altro da sé della creazione.

Secondo Moltmann questa tensione intradivina che si rivela nella creazione viene espressa compiutamente da due grandi concetti teologici: la dottrina rabbinica e cabalistica della shekinah e la dottrina cristiana della Trinità.

La shekinah rappresenta l'abbassamento di Dio nel mondo degli uomini, il suo venire ad abitare in mezzo a loro. Dio si divide da se stesso e si consegna alle sue creature, soffre le stesse sofferenze del suo popolo, si fa pellegrino sulle vie della creazione. Tale inabitazione di Dio nelle sue creature viene interpretata dalla dottrina cristiana trinitaria come il libero movimento con cui Dio esce da se stesso per creare, riconciliare e glorificare la sua creazione per mezzo del Figlio e nella forza dello Spirito: il Figlio, secondo cui il mondo viene creato, si fa carne ed entra nel mondo per condividerne fino in fondo il destino di creatura; lo Spirito, che procede dal Padre e risplende nel Figlio, costituisce ciò che Ernst Bloch ha chiamato il "fronte utopico" del mondo, la sua energia vitale e rigenerativa, la tensione escatologica che fa gemere tutte le creature assoggettate al destino di caducità e di morte. Nello Spirito ogni essere creato si autotrascende rivolgendosi alla sua futura immagine di gloria.

Le varie formule trinitarie si sforzano di esprimere tali differenziazioni interne alla divinità ed al contempo la sua unità. Il concetto di pericoresi in particolare indica il rapporto di comunione tra le diverse persone in virtù della loro inabitazione reciproca e reciproca compenetrazione, secondo le affermazioni di Gesù relative al suo rapporto di intimità con il Padre: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14, 11); «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). Lo stesso rapporto pericoretico va, quindi, individuato tra il Creatore e la creatura, tra Dio e mondo, cielo e terra,14 anima e corpo. La pericoresi si rivela, anzi, come la caratteristica essenziale di ogni essere vivente, dal momento che, come la stessa biologia ha accertato, tutto ciò che vive, vive nell'altro e per l'altro, in modo tale che i rapporti trinitari all'interno della vita divina divengono paradigmatici per qualsiasi altra forma di vita che è intima a se solo nella misura in cui è compenetrata dall'altro da sé e ad esso appartiene, secondo una declinazione dell'intimità che Martin Heidegger ha messo in evidenza sulla scorta della poesia di Hölderlin: «Intimità non significa un confondere e un cancellare le distinzioni. Intimità è il nome della coappartenenza dell'estraneo».15

Questa concezione pericoretica della Trinità è da intendersi tuttavia non in senso dialettico -- come pure Hegel ha tentato di fare -- cioè come autosuperamento reciproco che rimuove le differenze in una sintesi unitaria, ma piuttosto come armonia di voci differenti che nel loro comune intonarsi non perdono la loro singolarità, così che le diverse persone trinitarie restano distinte pur partecipando essenzialmente della comune unità divina.

Soltanto a partire da tale formulazione della trinità è possibile impostare una teologia ecologica della creazione: «Il concetto trinitario di vita, di compenetrazione reciproca, di 'pericoresi', caratterizza [...] la nostra dottrina ecologica della creazione».16

2. Trinità e creazione

Nella prospettiva biblica il mondo può esistere in quanto Dio, nell'atto della creazione, si autodistingue da esso e lo lascia essere altrimenti da sé: la creazione, infatti non è di natura divina (così come non è niente di demoniaco) e non è nemmeno una qualche emanazione necessaria dell'essere eterno di Dio; in quanto evento concreto della sua scelta originaria, essa è puramente contingente, è lo spazio stesso di ogni possibilità. L'atto divino del creare viene designato con il verbo bara che, nella tradizione sacerdotale, viene impiegato esclusivamente per la creazione divina; questa, infatti, si distingue nettamente dal fare ed operare umani che viene, invece, designato col verbo asahBara denota una creazione che, nell'ambito della natura, della storia e dello spirito, chiama all'esistenza qualcosa che prima non c'era. Attraverso questo gesto assoluto ed incondizionato viene alla luce una realtà del tutto nuova che non era presente, nemmeno in potenza, in nessuna realtà preesistente; esso, dunque, non è assimilabile al processo causativo secondo cui si realizza il fare umano che presuppone sempre una 'materia'preesistente ed un progetto operativo.

L'interpretazione teologica della creazione come creatio ex nihilo sottolinea tale mancanza di presupposti e l'assenza di necessità esterna o costrizione interna dell'atto creativo di Dio. Ma come pensare, allora, il gesto creativo, che, da Agostino in poi la teologia cristiana designa come un agire trinitario di Dio all'esterno, "opus trinitatis ad extra"? Come pensare un "esterno a Dio" senza ipotizzare una realtà extradivina che inevitabilmente finirebbe per configurare un principio opposto a Dio stesso?

Soltanto l'idea di una autoconcentrazione divina antecedente alla creazione può consentire di pensare un extra Deum in termini non oppositivi e manicheistici. Per creare un mondo al di fuori di Lui, il Dio infinito ed onnipresente deve contrarsi e ritrarsi da se stesso per lasciare spazio alla finitudine. Soltanto in questa ritrazione e concentrazione ha origine il nihil della creatio ex nihilio, che, dunque, non è da equipararsi ad una materia oscura preesistente alla creazione, né ad un principio antidivino, ma non indica altro che lo spazio lasciato vuoto dalla primordiale ritrazione divina, la parziale negazione del divino che, nel fare spazio alla creazione, elimina la tentazione totalitaria del Dio assoluto, ossia la possibilità anti-trinitaria, da sempre intrinseca alla divinità, di restare chiusa nella perfetta immanenza a se stessa e di non consentire che l'altro esista.17 Nel gesto della creazione, Dio si decide irrevocabilmente contro tale possibilità e sceglie di aprirsi al rapporto con l'altro da sé nelle relazioni intratrinitarie e nella storia della salvezza.

Tale idea del ritrarsi di Dio, che ritroviamo nella metafora biblica del Dio che nasconde il suo volto e nelle formulazioni contemporanee dell'ecclissarsi di Dio,18 è stata sviluppata per la prima volta nella dottrina cabalistica dello Zimzum di Isaak Luria che riprende la dottrina giudaica della Shekinah; secondo quest'ultimo insegnamento, il Dio infinito può concentrare la sua onnipresenza per abitare nel tempio. La concentrazione primordiale di Dio, nella dottrina di Luria, genera uno spazio di abbandono di Dio nel quale, non soltanto Dio può creare la sua creazione, ma in cui può anche rivelarsi; una rivelazione, tuttavia che presuppone un atto di autolimitazione e di autoumiliazione da parte di Dio; da qui prende origine quel processo chenotico che avrebbe trovato la sua acme nell'incarnazione e nella croce di Cristo (Fil 2).

Prima ancora dell'atto creativo, dunque, e quale suo necessario presupposto, la divinità sceglie di limitare la sua potenza rinunciando ad ogni tentazione 'monarchica'e di imboccare la via dell'umiliazione e dell'amore. È in questa scelta irrevocabile ed eterna che, per la prima volta, si manifesta l'essenza trinitaria di Dio, nel suo volere discendere dalla sua altezza per creare il mondo finito e caduco (il Figlio); e tale gesto chenotico comporta l'attraversamento del nulla, della fragilità e della morte, di cui la creazione porterà per sempre le tracce indelebili ma che la trasfigurazione messianica e la glorificazione escatologica (lo Spirito), pur non riuscendo del tutto a cancellare, renderà impotenti: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è o morte il tuo pungiglione? » (1 Cor 15, 55). Ma l'Agnello dell'Apocalisse che siede sul trono non ha cancellato dalla sua veste e dal suo corpo le piaghe del martirio e le tracce della morte: «Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato» (Ap 5, 6).

Il gesto del creare divino è, dunque, da pensare più come un lasciare-essere che si rimette all'autonomia ontologica della creatura che non come un porre-in-essere: «Dio non crea soltanto ponendo qualcosa all'esistenza od in opera ma, ancor più profondamente, egli 'crea'quando fa-essere, quando am-mette e si ritrae».19 La ritrazione originaria di Dio è funzionale alla salvaguardia della differenza tra Creatore e creatura. Il filosofo ebro Emmanuel Lévinas, a questo proposito, in sintonia con l'interpretazione chenotica e trinitaria della creazione che stiamo discutendo, è arrivato a parlare di una "creatura atea" che è talmente separata dal suo Creatore da ignorare la sua provenienza. Nella sua opera principale Totalità e infinito, egli riprende il concetto di creatio ex nihilo proprio per sottolineare il gesto divino dirompente di rottura definitiva della totalità grazie a cui può esistere la creatura separata: «L'idea di creazione ex nihilo esprime una molteplicità non unita in totalità. La creatura è un'esistenza che, certamente, dipende da un Altro ma non come una parte che se ne separa. La creazione ex nihilo rompe il sistema, pone un essere al di fuori di qualsiasi sistema, cioè là dove la sua libertà è possibile. [...] L'essenziale dell'esistenza creata consiste nella sua separazione nei confronti dell'Infinito».20

Tale radicale separazione tra Creatore e creatura tuttavia va pensata insieme ad un diffusa presenza di Dio nel mondo da non intendersi nel senso di un dissolvimento panteistico del creato in Dio. Tale compenetrazione divina del mondo può essere compresa trinitariamente secondo tre prospettive: quella etica, su cui insiste la riflessione di Lévinas, per cui l'epifania del "volto" dell'altro e l'appello inquietante che dalla sua estrema indigenza si leva manifestano la "traccia" di Dio nel mondo;21 quella pneumatica, per cui il rinnovarsi continuo della creazione ad opera dello Spirito rivela la 'passione'divina per il mondo e quella escatologica, secondo cui l'autoconcentrazione iniziale di Dio viene ricompresa nella trasfigurazione dell'intero creato ad opera della gloria di Dio.

Moltmann si sofferma soprattutto sulla seconda e sulla terza prospettiva a partire dal concetto di ri-creazione o di creazione storica. Per "ri-creazione" si intende la creazione continua di un orizzonte di salvezza che, a differenza della creazione iniziale, si dilata nel tempo e comporta fatica da parte del Creatore in quanto Egli deve costantemente resistere alle forze negative intrinseche alla creazione "abbandonata" da Dio. Come nel Deuteroisaia, la salvezza del popolo viene interpretata, così, come una seconda creazione. Tale ri-creazione che si realizza attraverso il continuo afflusso dello Spirito divino sulle creature, ha come duplice obiettivo quello della conservazione del mondo e della suo incessante rinnovamento che la prepara al compimento escatologico. Tale creazione continua nello Spirito è espressa emblematicamente dal Salmo 104 (29-30): «Se nascondi il tuo volto, vengono meno, / togli loro il respiro, muoiono / e ritornano nella loro polvere. / Mandi il tuo spirito, sono creati, / e rinnovi la faccia della terra». Lo Spirito sorregge, vivifica e rinnova ogni cosa.

I doni dello Spirito in quanto "caparra della gloria" (2 Cor 1, 22; 5, 5; Ef 1, 14) che da ultimo trasfigurerà l'intera creazione, fanno sì che la creazione divenga trasparente rispetto alla presenza divina: Dio prende progressivamente dimora nella sua creazione come nella sua vera casa. L'azione di ri-creazione continua dello Spirito costituisce il processo escatologico-trinitario sottostante ad ogni operare meramente umano e naturale: «Nell'operare ed inabitare dello Spirito la creazione del Padre per mezzo del Figlio e la riconciliazione del mondo con Dio mediante Cristo giungono alla meta. Presenza ed azione dello Spirito sono il fine escatologico della creazione e della riconciliazione. Tutte le opere di Dio hanno termine nella presenza dello Spirito».22

Lo Spirito, in quanto forza operativa del Creatore e forza vitale delle creature, si pone, dunque, come il medium che unisce Dio e mondo e che, se da un lato conserva e rigenera la creazione in vista del suo compimento escatologico, dall'altro fa sì che il Creatore partecipi al destino della sua opera. Per mezzo dello Spirito e nello Spirito, Dio soffre i dolori delle sue creature e geme con esse nell'asservimento alla caducità attendendone la liberazione (Rom 8, 26). Grazie a tale ruolo di comunicazione dello Spirito, il concetto trinitario di creazione può combinare armonicamente la trascendenza di Dio sul mondo e la sua immanenza ad esso. La formulazione trinitaria del rapporto tra Dio e mondo,23 quindi, scongiura il rischio del deismo, da un lato, derivante da un'eccessiva accentuazione della trascendenza e del panteismo, dall'altro, risultante dall'accentuazione unilaterale dell'immanenza. Secondo Moltmann l'equilibrio tra questi due estremi è fornito da una dottrina panenteistica formulata in senso trinitario: «Il panenteismo, secondo il quale Dio, che ha creato il mondo, al tempo stesso lo abita, e viceversa il mondo che Egli ha creato al tempo sesso in Lui esiste, può essere davvero pensato ed illustrato soltanto in chiave trinitaria».24

Quando le forze della natura, nei culti della fertilità, venivano divinizzate, la distinzione del Dio Creatore dal mondo creato, operata faticosamente dal monoteismo ebraico, possedeva una potente funzione liberatoria in prospettiva anti-idolatrica. Nell'epoca moderna, invece, ad opera soprattutto della scienza, la natura si è talmente sdivinizzata che il rapporto dell'uomo con essa ha potuto assumere la forma di una relazione di contrapposizione conoscitiva e di sfruttamento tecnico-economico. La natura e tutti gli esseri viventi sono diventati materia inerte da scandagliare, vivisezionare e manipolare con lo scopo di strappare i loro più intimi segreti e le loro più recondite energie; non solo si è perso il loro 'senso divino'ma è andata smarrita la profondità simbolica della natura e della vita che, anche nelle culture pagane, ricomprendeva il destino di caducità degli esseri naturali e dell'uomo in un più ampio orizzonte di senso ed affermava l'unione di tutte le forme di vita nella figura ancestrale dell'"anima del mondo". La ragione strumentale ha a tal punto impoverito ed irrigidito la nostra concezione del mondo naturale, che l'idea di una "salvezza" della natura appare soltanto la conseguenza di credenze magiche ed animistiche.

Eppure, se l'ambientalismo e l'ecologismo contemporanei, che vanno faticosamente assumendo un ruolo sempre più rilevante all'interno della nostra cultura e dei nostri sistemi socio-economici, vogliono avere una portata non meramente contingente e vogliono rappresentare un punto di riferimento etico indipendente dalle emergenze e dagli allarmi sul degrado ambientale, devono radicarsi in una rinnovata concezione simbolica e teologica di una possibile "salvezza della natura".

Salvare, in questa prospettiva, non significa semplicemente evitare che qualcosa vada in rovina e assicurarlo nella conservazione del suo stato precedente; come ha scritto Heidegger a proposito della salvezza dal pericolo rappresentato dalla tecnica, salvare significa «prendere e condurre nell'essenza, in modo da portare così finalmente l'essenza alla sua manifestazione autentica».25 La salvezza della natura indica, dunque, il lasciare che si manifesti il suo volto essenzialmente divino e trinitario e custodire e rivelare in ogni essere naturale la sua partecipazione a tale essenza.

3. Lo Spirito cosmico

Ma la rivelazione dell'essenza divina della natura passa attraverso l'individuazione dello Spirito Creatore che opera all'interno della creazione. La sua presenza fonda l'autotrascendenza di ogni frammento di creazione che nella sua finitezza ospita l'infinito senza esserne abbagliata -- ed in questo modo si singolarizza26 -- ma anche la possibilità pericoretica della comunione universale di tutti gli esseri finiti.27

Paolo esprime questa presenza dello Spirito nella creazione con il concetto di apokaradokia ossia di 'brama'. Tale tormentoso desiderio28 agita i credenti che possiedono le "primizie dello spirito" e che gemono nell'attesa dell'adozione a figli di Dio e della redenzione del corpo (Rom 8, 23); ma esso tormenta anche la natura che «geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rom 8, 22) ed attende di essere «liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rom 8, 21). Ma la brama è anche dello Spirito stesso che «intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili» (Rom 8, 26).

È lecito, dunque, parlare di una "kenosi dello Spirito" che, abitando e rigenerando costantemente il mondo, ne condivide però anche il destino di caducità, sofferenza e morte; l'effusione dello Spirito consiste, tuttavia, proprio nel trasfigurare tale condizione esistenziale in storia di speranza e di tensione utopico-messianica. I "gemiti inesprimibili", la brama e il tormento della materia del mondo, sono, dunque, i segni dell'incarnazione dello Spirito nella creazione; da tale tormentata intrusione dello Spirito nella "carne del mondo" ha origine la dolorosa gestazione che da ultimo sfocerà nel parto della gloria del Regno.

Lo Spirito cosmico che inabita la creazione può congiungere trinitariamente il Creatore e la creatura perché esso è al contempo Spirito di Dio e spirito dell'uomo; in questo duplice senso, infatti, Paolo intende lo pneuma: «lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rom 8, 16), laddove per spirito umano si intende non il principio psichico separato dalla sfera corporea, ma il centro dell'intero essere personale corporeo e psichico.

È attraverso lo Spirito cosmico che si realizza la 'seconda'creazione, quella che la tradizione nomina come creatio continua o nova o anticipatrice. Essa consiste non solo -- come abbiamo visto -- nel sostenere la creazione e preservarla dalle forze della distruzione, ma anche nella sua trasfigurazione messianico-escatologica e nell'anticipazione del compimento finale. L'attività creatrice continua di Dio si manifesta, dunque, con un agire conservativo, in cui si esprime la fedeltà di Dio alla sua creazione e con un agire innovativo in cui si radica la speranza messianica. Ogni intervento di tipo conservativo è, tuttavia, sempre anche innovativo e viceversa, dal momento che il creare storico di Dio è sempre orientato in senso escatologico.

Moltmann parla, a tale propostio, di un "sistema aperto" della creazione29 per cui la storia degli uomini e quella della terra sono costantemente aperte al futuro, ma ciò non nel senso del concetto scientifico di evoluzione, bensì come autotrascendimento dello Spirito divino all'interno della creazione. Tale tensione di trascendimento escatologico che lo Spirito suscita ed alimenta nelle creature non si manifesta soltanto nell'azione di conservazione e rinnovamento ma soprattutto, secondo la modalità chenotica di inabitazione dello Spirito, come passione di Dio nel mondo: «La forza creatrice e storica di Dio si mostra sempre, innanzitutto, nell'inesauribilità della sua capacità di soffrire. E questo non è un segno di debolezza, ma una manifestazione della sua fortezza. La beatitudine: "Beati i miti, perché erediteranno la terra" (Mt 5, 5) vale, in primo luogo, per Dio».30

Come ogni sistema vivente, infatti, anche la creazione nel suo insieme, in quanto sistema aperto, più è capace, di integrare in sé la sofferenza e più si dimostra forte, in grado di sopravvivere e di svilupparsi: la pazienza illimitata e l'"attiva capacità di soffrire" costituiscono per Moltmann le modalità immanenti ed inappariscenti con cui lo Spirito opera nel mondo e nella storia.31 Per poter pensare pneumaticamente e trinitariamente la creazione è, dunque, necessario pensare a fondo la chenosi di Dio e quindi l'avvenimento della croce di Cristo in cui culmina il processo chenotico.

4. Il Dio crocifisso

Che Dio consegni suo Figlio al martirio della croce è una delle affermazioni più sconvolgenti ed inaudite del nuovo testamento. Tale consegna, a livello trinitario, significa niente meno che la prima persona ripudia ed abbandona la seconda: la theologia crucis qui raggiunge il suo punto più estremo. È Paolo a sovvertire il senso radialmente negativo che il termine "consegnare" possiede nel linguaggio biblico. Alla luce del senso escatologico della resurrezione di Gesù, egli declina il verbo "consegnare" in senso soteriologico: nel fatto che il Padre abbia abbandonato, ripudiato e dato alla morte di maledizione della croce il suo proprio Figlio, egli vede la realizzazione del progetto di salvezza del Dio-Trino, dal momento che soltanto un abbandonato da Dio può davvero entrare in comunione con le creature, cioè con gli esseri separati da Dio e consegnati alla caducità ed alla morte.

In Rom 8, 31-32 si legge: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma che l'ha consegnato per tutti noi, come non sarà disposto a darci ogni altra cosa insieme con lui? ». Ma l'atto del consegnare il Figlio ha, trinitariamente, delle ripercussioni anche sul Padre: consegnando il Figlio, Egli consegna anche se stesso, abbandonandolo alla caducità ed alla morte, Egli abbandona anche se stesso alla sofferenza della morte del Figlio. Allo stesso tempo, in quanto persona della Trinità, lo stesso Figlio è soggetto della consegna, come sembra suggerire Gal 2, 20, se pure non in un senso meramente sacrificale, ma propriamente trinitario. Così, nel momento di massima separazione tra il Padre e il Figlio, si manifesta una profonda consonanza di volontà tra le due persone, come del resto ci è attestato dal racconto del Getzemani, che, tuttavia, non implica, come si sosteneva nelle prime formulazioni dogmatiche, una comunanza di sostanze, una homousìa, dal momento che la separazione impedisce l'uguaglianza delle due nature.

Nell'avvenimento della croce, dunque, «ci vengono delineati una comunione nell'essere-separati e un essere-separati nella comunione»32 che costituiscono i tratti caratterizzanti delle relazioni intratrinitarie. Ciò che scaturisce ed al contempo compie questo evento di abbandono e di comunione è lo Spirito, quello Spirito che «colma col suo amore gli abbandonati e vivifica pure i morti, in quanto nemmeno lo stato di morte può venire escluso da quell'avvenimento della croce, ma è invece assunto nella morte in Dio».33 Lo Spirito, che richiama in vita i morti, è la forza che produce l'amore tra le persone abbandonate; esso scaturisce dal dolore del Padre e dall'agonia del Figlio e si trasmette agli uomini abbandonati «per conferire loro possibilità e forza di vita nuova».34

Soltanto nella comprensione trinitaria della croce è possibile accedere al significato non meramente redentivo della salvezza degli uomini e della natura: «soltanto se ogni perdizione, abbandono di Dio, morte assoluta, maledizione senza fine della condanna e immersione nel nulla si trovano in Dio stesso, la comunione con questo Dio sarà la salvezza eterna, la gioia che non conosce fine, l'elevazione che non verrà compromessa e la vita divina».35

In quanto reca traccia del nulla prodottosi a seguito dell'originaria ritrazione di Dio, la vita intratinitaria tra il Padre e il Figlio, che possiamo nominare come "storia di Dio", contiene in sé ogni abisso dell'abbandono di Dio, della sofferenza e della morte, ma tale tormento del nulla presente all'interno del Dio-Trino assume con l'evento della croce e con la conseguente effusione dello Spirito, un senso salvifico-escatologico. La "storia di Dio" contiene, infatti, tutte le profondità e gli abissi della storia umana: non esiste sofferenza degli uomini e della natura che non diventi, all'interno di questa storia, sofferenza di Dio, come non esiste morte che non diventi morte di Dio nella storia del Golgotha, ma anche non esiste alcuna gioia e vita che non vengano integrate nella vita eterna e nella gioia infinita della storia trinitaria di Dio. La tradizionale distinzione tra Trinità immanente e Trinità economica, come ha affermato Karl Rahner, si dissolve, dunque, nella coincidenza tra storia intratrinitaria di Dio e storia della salvezza degli uomini e della natura.36

La dottrina della Trinità, se pensata a tale livello di radicalità, ci induce, quindi, a superare la tradizionale concezione di un Dio che agisce o non agisce nella storia del mondo, ed a pensare, viceversa, la storia della creazione in Dio stesso. Ciò significa che non ci si può aspettare una provvidenziale redenzione della storia e liberazione dalla condizione di oppressione e di caducità in cui versa il creato dall'esterno: la vita che scaturisce nello Spirito dall'amore del Figlio e dal dolore del Padre, se pure "preveniente, incondizionato ed illimitato"37 non sconfigge la schiavitù, l'ingiustizia e la colpa ma ne soffre il peso e la contraddizione rispetto all'orientamento al Bene originario della creazione. Nell'accettazione trinitaria delle sofferenze della creazione si manifesta l'incondizionatezza dell'amore divino: «Dio è amore incondizionato, perché assume su di sé il dolore per la contraddizione stessa. Dio si lascia opprimere. Dio soffre, consente che lo crocifiggano e viene crocifisso. Così porta a definitivo compimento il suo amore senza condizioni e colmo di speranze».38

Se, dunque, si pensa la Trinità a partire da questa "sofferenza dell'amore" che si compie nella passione e nella morte di Gesù in croce, essa non sarà più «un circolo chiuso situato in cielo, bensì un processo escatologico aperto agli uomini, che prende inizio dalla croce di Cristo e si snoda su questa terra».39 Nella croce il Padre partecipa attraverso la sofferenza e la morte del Figlio alla fragilità e caducità della creatura che esiste nell'abbandono di Dio e ciò consente ad essa di poter sperimentare nello Spirito la comunione con il Figlio e, tramite Lui, con il Padre.

Dio salva paradossalmente non nella sua onnipotenza ma nella sua debolezza e sofferenza. È da qui che per Dietrich Bonhoeffer può iniziare un'interpretazione trinitaria e 'mondana' -- potremmo dire anche 'ecologica' -- del cristianesimo "divenuto adulto". Il raggiungimento della "maggiore età" come cristiani, ci conduce a riconoscere davanti a Dio la nostra condizione di abbandonati da Dio: «Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc 15, 34)! [...] Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Mt 8, 17 che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! ».40

Nella connessione decisiva tra chenosi e salvezza si ritrova anche la caratteristica peculiare del pensiero biblico rispetto ad ogni altra religiosità umana e si rivela il modello di comunione che essa propone per quanto riguarda il rapporto tra Dio e gli uomini, tra gli uomini stessi ed in generale tra Dio e la sua creazione: «Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l'uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l'uomo all'impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descritta evoluzione verso la maggior età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apra lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza».41

5. Il fragile splendore della creatura

Secondo Bonhoeffer, parlare di Dio in modo "non religioso" significa prendere consapevolezza dell'essere senza Dio del mondo e partecipare alla sua impotenza nelle nostre sofferenze e nella nostra insuperabile finitezza. Ma proprio quando scopriamo l'abbandono di Dio, «sul mondo cade una luce stupefacente. Il mondo adulto è senza Dio più del mondo non adulto, e proprio perciò forse più vicino a lui».42

Questa paradossale vicinanza al Dio-Trino passa attraverso la comunione con il Figlio nello Spirito; e tale comunione si realizza non già nel superamento ma nell'accettazione (l'incarnazione del Figlio) e nella glorificazione (l'effusione dello Spirito) della condizione di caducità e debolezza che accomuna tutte le creature. L'uomo, in particolare, in quanto tragicamente consapevole di tale condizione, ha da sempre rivolto a Dio il suo accorato lamento per l'ineluttabile incompiutezza e fragilità della sua esistenza. I salmi, sono, da questo punto di vista, una testimonianza impareggiabile del tormento per questo "abbandono di Dio": «Signore, che cos'è un uomo perché te ne curi? / Un figlio d'uomo perché te ne dia pensiero? / L'uomo è come un soffio, / i suoi giorni come ombra che passa» (Sal 144, 1-3). Ma a questo tragico destino si congiunge una quasi regale prerogativa dell'uomo: «Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, / di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8, 6).

Tale privilegio non consiste, tuttavia, come lascerebbe intendere il prosieguo del testo del salmo 8, nel potere egli ridurre sotto il proprio dominio le altre creature, ma nel raccogliere i "gemiti" della creazione e nel farsi portavoce presso Dio del suo profondo anelito di liberazione. Penetrare per primo nell'abisso dell'abbandono di Dio e condurvi l'intera creazione: in ciò consisterebbero hadar e kados, onore e gloria dell'uomo. Tale suo scorgere il volto ateo della creazione, inoltrandosi, così, nel cuore dolente della Trinità, costituisce, però, anche la sua unica speranza di salvezza, dal momento che proprio nella tragica separazione dal Creatore, sperimentata nella limitatezza, nella sofferenza e nella morte, egli scopre la sua somiglianza ad un'alterità che intimamente lo costituisce.

In un breve testo dedicato agli enigmi della caducità umana, così si esprime Ernst Jünger: «L'uomo non si deve sopravvalutare. Come dice il Salmo, egli somiglia all'erba che presto appassisce e la sera viene recisa. Neppure si deve sottovalutare, poiché, non meno dell'erba con i suoi gigli e i suoi fiori stellati, somiglia a un totalmente Altro, a un'immagine velata dagli enigmi di spazio e tempo e dalla caducità cui egli soggiace. Le sue opere e i suoi giorni sono l'area di avvicinamento a questa immagine».43

L'esistenza umana si configura, in questa prospettiva, come un pellegrinaggio attraverso la creazione, teso a metterne in luce la trasparenza divina, ossia la tensione immanente al compimento escatologico: il fragile splendore della creatura, costantemente e costitutivamente minacciata dal nulla e dalla perdizione, rimanda simbolicamente alla gloria di Dio che si compirà attraverso l'azione dello Spirito. La stessa giustizia di Dio, vero fondamento ontologico della stabilità dell'universo, si realizza nell'esaudirsi della promessa di salvezza della (e non dalla) caducità rivolta all'uomo e all'intera creazione. La salvezza non è, dunque, liberazione dalla caducità ma sua intima trasfigurazione che viene prefigurata dalla risurrezione di Gesù e compiuta definitivamente dallo Spirito nei tempi ultimi.

La morte di Cristo in croce ed il suo discendere negli Inferi rappresentano icasticamente l'entrare di Dio in quello spazio primordiale di nulla che egli aveva originariamente prodotto con la sua autoconcentrazione. Così Dio rende trinitariamente l'abbandono di Dio parte della propria vita eterna, lo illumina con la sua presenza incarnata e spirituale. In questo gesto apocalittico che si distende invisibile lungo la storia della creazione, si fonda la comunità 'ecologica'per eccellenza che lega Dio con il mondo e l'uomo con l'intera creazione: nella "glorificazione" della caducità si compie la comunione creaturale.

I nuovi cieli e la nuova terra di cui parla l'Apocalisse non costituiscono, dunque, un'altra creazione, ma sono questa stessa creazione trasfigurata dallo Spirito scaturito nell'attraversamento dell'abbandono di Dio. La sofferenza della creazione e le tragedie della storia degli uomini, così come le bellezze della natura e tutta la felicità del mondo sono «assunte nel dolore del Padre, nella consegna del Figlio e nella forza dello Spirito».44 Ciò non implica alcuna suprema conciliazione del male della storia, né, tantomeno, una sua metafisica giustificazione, perché la croce segna soltanto l'"inizio" della storia trinitaria, di quella storia, cioè, in cui la creazione fa spazio al venire del Regno; un regno che, come scriveva Sergio Quinzio, «è essenzialmente gloria, [...] è terrestre e celeste, [...] è il significato della storia [...] . Il Regno è soffrire e godere, nello spirito e nella carne, tutto ciò che si può soffrire e godere. [...] Figura dell'intensità del regno è l'amore, intenso urgente sconvolgente violento, orgasmo, hominum divonque voluta. Come l'abbiamo sperato, non come l'abbiamo sperimentato».45

La creazione porta su di sé le tracce del regno a venire, anche se esse sono del tutto dissimulate dalla veste di caducità e di fragilità che la ricopre. Salvare la creazione non è altro, dunque, che rivelare, nelle figure del tormento e del martirio, ma anche nella meraviglia e nell'esultanza, la forma del compimento ed il volto divino sempre a venire dell'uomo e della natura. La resurrezione di ogni "carne",46 che già risuona come estrema speranza e consolazione nei profeti, diviene ora il compimento della storia trinitaria di Dio:

Solo con la risurrezione dei morti, degli assassinati e dei gassati; solo con la guarigione degli angosciati e martoriati in vita; solo con la demolizione di ogni potere e dominio, con l'annientamento della morte, il Figlio consegnerà il regno al Padre [...] . È in questi termini che si annunciano il compimento della storia trinitaria di Dio e la fine della storia del mondo, il superamento della sofferenza e l'adempimento della storia di speranze dell'umanità. Dio in Auschwitz e Auschwitz in Dio: è questo il fondamento di una speranza reale, che abbraccia la realtà del mondo e su di essa trionfa, ed è anche la ragione di un amore che è più forte della morte.47

La specificità della natura e di tutte le sue forme, così come le singolarità irriducibili degli uomini verranno solo esaltate dalla gloria del Regno e non si perderanno un un'informe unità, così come si mantengono nell'eternità le differenze all'interno della Trinità. E dal momento che il compimento escatologico non sarà l'irruzione di qualcosa di totalmente nuovo, ma un'intima, se pure radicale ed in apparenza straniante, trasfigurazione dell'esistente attraverso la potenza dello spirito, diviene decisivo il ruolo dell'uomo che è chiamato a intuire le vie e le forme di tale trasfigurazione e favorirne il compimento: «Dato che nel Regno di Dio la vecchia creazione non verrà semplicemente tolta di mezzo ed abbandonata, ma -- purificata e rinnovata -- sarà trasformata da Dio nella nuova creazione, restando così in essa 'conservata', il mandato del Creatore all'essere umano significa che egli deve preparare, nella maniera migliore possibile, la terra a divenire 'materia'del Regno di Dio che in sé conserva e porta a compimento tutte le cose».48

Si può, da ultimo, capovolgere l'oraziano non omnis moriar in omnis vivam come motto di una resurrezione che restituisce la nostra vita e quella dell'intera creazione al suo più proprio compimento ed alla sua estrema integrazione salvaguardandone ed esaltandone l'irripetibile singolarità49: «Anche nel regno della gloria il mondo di Dio resta creazione e non si tramuta in Dio. Ma dalla sua partecipazione alla presenza escatologica di Dio ha origine un 'mondo senza fine', una vita che è 'eterna'ed una gioia di esistere che 'non passa'».50

Copyright © 2011 Sandro Gorgone

Sandro Gorgone. «Dio e natura. La teologia trinitaria della creazione di Jürgen Moltmann». Elaborare l'esperienza di Dio [in linea], Atti del Convegno «La Trinità», Roma 26-28 maggio 2009, disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/teologia/>, [**62 B].

Note

  1. Per una introduzione al tema cfr. S. Morandini, Nel tempo dell'ecologia. Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999. Testo

  2. Tra le ultime pubblicazioni cfr. M. Kehl, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia, 2009, soprattutto la sezione «Fede nella creazione ed etica ecologica» in cui vengono sviluppati i tema della salvaguardia del creato e della responsabilità operosa per la terra. Testo

  3. Cfr. L. Boff, Ecologia, mondialità, mistica, Cittadella, Assisi 1993; AA.VV., "And God Saw that it was Goog". Catholic Theology and the Environment, a cura di D. Christiansen e W. Grazer, United States Catholic Conference 1996; Ch.M. Murphy, At home on the Earth. Foundations for a Catholic Ethic of the Environment, Crossroads, New York 1989. Testo

  4. S. Morandini, L'ecologia tra scienza e saggezza, in AA.VV., Uomo Natura Dio nell'era globale, Atti del Convegno Interreligioso su Religione e Ambiente (Arezzo -- Camaldoli -- La Verna, 5-6-7 ottobre 2000), Comunicazione, Forlì 2001, p. 19-29, qui p. 26. Testo

  5. «Non è casuale, del resto, che proprio la categoria di creazione costituisca l'orizzonte di riferimento per numerosi approcci al dialogo interreligioso: la cura per il mondo può diventare uno spazio importante per l'incontro tra le fedi dell'umanità» (ivi, p. 27). Testo

  6. J. Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica nella creazione, tr. it. di D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 2007. Testo

  7. J. Moltmann, Trinità e Regno di Dio. La dottrina su Dio, tr. it. di D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 1983. Si veda anche la sua raccolta di saggi Nella storia del Dio trinitario. Contributi per una teologia trinitaria, tr. it. di D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 1993. Testo

  8. Cfr. M. Heidegger, L'epoca dell'immagine del mondo, in Sentieri interrotti, tr. it. di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1984. Testo

  9. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 13. Testo

  10. Cfr. G. Fuchs, Mit-Geschöpflichkeit, in AA.VV., Mensch und Natur, a cura di G. Fuchs, Frankfurt a.M. 1989, pp. 187-206. Testo

  11. Ivi, p. 26. Testo

  12. La convinzione che la trascendenza divina si possa incontrare come "traccia" nel rapporto etico con l'altro uomo e la conseguente priorità della dimensione etica su quella ontologico-teologica è il motivo predominante del pensiero di Emanuel Levinas: cfr. soprattutto Totalità e infinitoSaggio sull'esteriorità, tr. it. A. Dell'Asta, Jaka Book, Milano 1980. Testo

  13. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 27. Testo

  14. Cfr. ivi, pp. 189-217. Testo

  15. M. Heidegger, La poesia di Hölderlin, tr. it. di L. Amoroso, Adelphi, Milano 1988, p. 238. Testo

  16. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 30. Testo

  17. Questa possibilità anti-trinitaria è equiparabile a quello che Luigi Pareyson ha chiamato il "male in Dio". Cfr. L. Pareyson, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Einaudi, Torino 2000, pp. 235-292. Testo

  18. Cfr. M. Buber, L'eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, tr. it. di U. Schnabel, Mondadori, Milano1990. Testo

  19. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 112. Questa modalità del gesto creativo viene accostata da Moltmann alla sfera materna e non, come tradizionalmente si è fatto, a quella paterna: «Il fare creatore viene espresso in metafore di tipo maschile, mentre il far-essere-creatore lo si esprime meglio con categorie materne» (ibidem). Testo

  20. E. Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull'esteriorità, tr. it. di A. Dell'Asta, Jaca Book, Milano 1996, p. 106. Cfr. anche ivi, pp. 62; 301-302 e Id., Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, tr. it. di S. Petrosino e M.T. Aiello, Jaca Book, Milano 1989, p. 131. Sul tema della creazione in Lévinas cfr. S. Grossi, Separazione e vulnerabilità. Emmanuel Lévinas e l'idea di creazione, Aleph, Montespertoli (FI) 2008. Testo

  21. Secondo Lévinas la "cruvatura" dello spazio intersoggettivo in cui incontriamo Altri [autrui] nella sua separatezza ed esteriorità indicherebbe la «presenza stessa di Dio» (E. Lévinas, Totalità e infinito, cit., p. 300). Testo

  22. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 120. Testo

  23. Così Moltmann riassume la dottrina trinitaria della creazione connotata dalla rivelazione di Cristo e dall'esperienza dello Spirito: «Colui che invia il Figlio e lo Spirito è il Creatore: il Padre. Colui che riassume sotto la propria signoria di libertà il mondo e lo redime è il Verbo della creazione: il Figlio. Colui che vivifica il mondo e lo fa partecipare alla vita eterna di Dio è la forza creatrice: lo Spirito. [...] La creazione esiste nello Spirito, [ connotata mediante il Figlio, è creata dal Padre. Esiste quindi da Dio, per mezzo di Dio e in Dio» (ivi, p. 121-122). Testo

  24. Ivi, p. 122. Secondo la visione panenteistica, Dio si manifesta nelle diverse cose in diversi gradi ed ogni cosa ha in sé l'impulso a raggiungere un grado determinato di divinità; così «se il panteismo puro e semplice rende ogni cosa indifferente, il panenteismo è in grado di differenziarla. Dove il semplice panteismo vede soltanto una presenza eterna, divina, il panenteismo è in grado di capire la trascendenza al futuro, l'evoluzione e l'intenzionalità» (ivi, p. 128). Testo

  25. M. Heidegger, Saggi e discorsi, tr. it. di G. Vattimo, Mursia Milano 1976, p. 22. Testo

  26. Ancora una volta sono forti le assonanze con il concetto lévinasiano per cui il principium individuationis è dato dal rapporto etico di responsabilità ogni volta unico che si crea tra il soggetto ed Altri, cioè dal modo ogni volta singolare con cui il soggetto si rapporta all'idea di infinito immanente in lui: cfr. E. Lévinas, Totalità e infinito, cit., p. 251 e passimTesto

  27. Secondo Moltmann, lo Spirito è principio della creatività ma anche principio olistico e di individuazione: cfr. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., pp. 124-125. Testo

  28. Cfr. la fenomenologia del desiderio contrapposto al bisogno in E. Lévinas, Totalità e infinito, cit. Testo

  29. Cfr. J. Moltmann, «Creazione come sistema aperto», in Futuro della creazione, Queriniana, Brescia 1980, pp. 128sgg. Testo

  30. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., pp. 247-248. Testo

  31. Nello Spirito, così come nel Figlio, si rivela, quindi, la capacità di soffrire di Dio stesso contro la tradizionale affermazione metafisico-teologica dell'apatia divina; ma quest'ultima, secondo Moltmann contraddice nettamente la concezione centrale del cristianesimo di Dio come amore: «Se Dio fosse sotto ogni aspetto, e quindi in modo assoluto, incapace di soffrire, egli sarebbe anche incapace di amare. Amore è accettazione dell'altro, senza alcun riguardo al proprio vantaggio, e quindi implica la capacità di com-patire e la libertà di sopportare l'alterità dell'altro. Un'incapacità di sofferenza, intesa in questo senso, smentirebbe l'affermazione di fondo del cristianesimo, secondo la quale "Dio è amore"» (J. Moltmann, Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana, tr. it. di D. Pezzetta, Queriniana, Brescia 2008, p. 269). Testo

  32. J. Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 285. «Sulla croce il Padre e il Figlio sono separati nel modo più profondo nell'abbandono ed al medesimo tempo uniti nel modo più intimo nella consegna» (ibidem). Testo

  33. Ivi, p. 286. Testo

  34. IbidemTesto

  35. Ivi, p. 287. Testo

  36. Cfr. K. Rahner, La Trinità, tr. it. di C. Danna, Queriniana, Brescia 1998. Testo

  37. Cfr. J. Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., pp. 289 sgg. Testo

  38. Ivi, p. 290. Testo

  39. Ivi, p. 291. Testo

  40. D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, a cura di E. Bethge, tr. it. di A. Gallas, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1988, p. 440. Testo

  41. IbidemTesto

  42. Ivi, p. 442. Testo

  43. E. Jünger, Lo scarabeo spagnolo, in Il contemplatore solitario, tr. it. di Q. Principe, Guanda, Parma 1995, pp. 235-236. Testo

  44. J. Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 326. Moltamann arriva ad affermare che, «come la croce di Cristo, così, anche il lager di Auschwitz si trova in Dio stesso» (ibidem). Testo

  45. S. Quinzio, Religione e futuro, Adelphi, Milano 2001, pp. 159-160. Testo

  46. Questa espressione indica nel linguaggio biblico ogni essere vivente che fa parte della creazione. Testo

  47. J. Moltmann, Il Dio crocifisso, cit., p. 326. Testo

  48. M. Kehl, «E Dio disse che era cosa buona», cit., p. 415. Testo

  49. Questa singolarità è forse espressa compiutamente dall'espressione 'carne' che in sé comprende insieme la corporeità e la spiritualità di ogni creatura. Testo

  50. J. Moltmann, Dio nella creazione, cit., p. 217. Testo

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