lunedì 22 dicembre 2025

M. KEHL, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione

 M. KEHL, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia 2009.


Recensioni


Medard Kehl, teologo gesuita tedesco, noto anche per i suoi studi in ambito ecclesiologico ed escatologico, aveva già dato prova della sua competenza nella materia con la pubblicazione del trattato « E Dio vide che era cosa buona ». Una teologia della creazione (Queriniana, Brescia 2009, pp. 470). Nel rielaborare il materiale per offrirlo ad un pubblico più ampio, la sintesi risultante ha il merito di coniugare la chiarezza espositiva con la profondità dei ragionamenti, di presentare la dottrina cattolica sulla creazione in dialogo con le istanze del pensiero e della scienza contemporanei, e di saperla mettere in relazione con la prassi e la spiritualità cristiana. 

Il libro è diviso in sei capitoli. Il primo costituisce l’introduzione, nella quale Kehl sviluppa l’idea di creazione alla luce della nozione biblica di benedizione divina, il che pone dall’inizio il discorso nei giusti termini di un fondamentale ottimismo cristiano davanti al mondo creato da Dio. La creazione è vista quindi come il primo bene-dire di Dio, che attraverso la sua parola, che è anche amore, dona l’essere alle creature. Si intravvede qui un collegamento con l’altra grande benedizione divina, che porta nel mondo una nuova creazione, e cioè la croce di Cristo. Ma l’autore tratterà questo argomento più avanti. 

Il secondo capitolo, di carattere epistemologico, riesce ad sviluppare in un modo chiaro l’idea che le diverse prospettive sull’argomento, quella delle scienze, della filosofia e della teologia, non sono in opposizione, ma si completano a vicenda. In questo senso l’autore fa un’affermazione importante : «Insieme a molti scienziati e teologi, sono del parere che l’alternativa “creazione o evoluzione” sia fondamentalmente superata da molto tempo. Entrambe le parti, le scienze e la fede, parlano dello stesso mondo, ma sotto due punti di vista molto diversi ed entrambi i punti di vista sono importanti per noi uomini. Insieme offrono una visione del mondo molto più ricca di quella che possono dare se presi ciascuno per conto suo » (p. 13). A questo proposito l’utilizzo di alcuni verbi si rivela molto efficace : la scienza spiega, la filosofia cerca di comprendere, mentre la teologia si stupisce e ringrazia. 

Il terzo capitolo si propone di mettere a confronto l’idea cristiana di creazione con altre visioni del mondo nel loro rapporto con Dio. Alla domanda se il mondo non sia frutto semplicemente di un cieco caso oppure la materializzazione di forze divine, il cristianesimo risponde che il mondo non è né l’uno né l’altro, ma è “creazione”. In questo punto l’analisi di Kehl va al cuore della problematica attuale, in quanto prende atto del fatto che oggi c’è un’oscillazione tra due visioni estreme : da una parte il deismo, che vede Dio completamente separato dal mondo, cancellando così la sovranità divina sulla creazione ; e dall’altra un evoluzionismo tendente al panteismo, che vede Dio troppo unito alla sua creazione. In fondo, come aveva già spiegato più profondamente nel primo libro, Kehl segnala l’idea di creazione come capace di armonizzare la differenza e la relazione, o, se si vuole, la trascendenza e l’immanenza divina. Questo è possibile se si intende l’idea della creazione continua insieme a quell’altra della conservazione nell’essere. Fondamentale dunque l’insistenza nella libertà divina creatrice, in quanto la rivelazione cristiana dice che Dio ha creato tutto dal nulla per amore. Altro elemento interessante è l’importanza della prassi cristiana della preghiera, che l’autore segnala come elemento illuminante. Infatti, se non vi fosse una qualche relazione tra il mondo e Dio, non avrebbe senso la preghiera, come neanche lo avrebbe se ci fosse confusione più che relazione. 

Proprio ad un’analisi della rivelazione biblica sulla creazione dedica Kehl il quarto capitolo del libro, concentrando la sua attenzione sulle prime pagine della Genesi, cuore della dottrina biblica sull’argomento. Qui troviamo una spiegazione dell’origine della fede israelita nel Creatore, in rapporto con i miti pagani, ma sapendo anche sottolineare gli elementi che caratterizzano l’originalità biblica, cioè il monoteismo di Dio trascendente e libero, una “democratizzazione” della dignità dell’uomo e della donna creati ugualmente a immagine e somiglianza di Dio, il disincantamento del mondo, come ad esempio nel fatto che le stelle sono create e quindi non sono di natura divina. Kehl accentua in diverse occasioni un altro elemento importante della concezione biblica, e cioè che la creazione non riguarda solo l’inizio, ma che Dio l’ha aperta al futuro, in quanto si tratta di una creazione continua ma anche di una nuova creazione, perché Dio agisce sempre nella storia e rinnova tutto. In questo senso è molto pertinente l’avverti mento dell’autore di non confondere inizio con origine. Forse un contrappunto critico lo si potrebbe osservare a proposito dell’interessante comparazione della liturgia giudeocristiana con i miti antichi come un rivivere nel presente l’originario (cfr. p. 53), nel senso che si potrebbe esplicitare lì l’idea sviluppata da altri autori della sostituzione, nel cristianesimo, del mito con la storia della salvezza. Ci sono altri elementi efficacemente sottolineati da Kehl, a mio avviso, come ad esempio l’idea del mondo come la casa che Dio, il Creatore, affida agli uomini sue creature. In questo senso, si supera andando molto in là l’accusa diffusa negli anni ’70 all’idea biblica del dominio del cosmo da parte dell’uomo come causante dei disastri ambientali, in quanto nella concezione della Genesi non c’è nessuna traccia di invito alla distruzione. 

 Kehl non si sottrae al difficile compito di parlare oggi della situazione dei progenitori nel paradiso e dell’origine del male. È interessante la sua spiegazione dell’ingresso della  morte nel mondo (che si serve della riflessione di Leo Scheffczyk, cfr. p. 70). Ma ancora più illuminante, secondo me, è la riflessione che cerca di ridimensionare l’idea – del resto così diffusa in alcuni ambienti – che in fondo la disubbidienza era in qualche modo necessaria per la crescita dell’uomo, che diventa così adulto e quindi indipendente da Dio (cfr. p. 73). L’autore sottolinea che solo Dio poteva sopportare la conoscenza del male e proprio per questo voleva evitarlo agli uomini. Solo Dio può mettere dei limiti al male. In questo senso si apre una comprensione del peccato originale come abbandono della fiducia nel fatto che l’ordine della creazione di Dio è la cosa migliore per noi, cioè la non accettazione della nostra finitezza, che viene allora vissuta come un male. Si rivela molto efficace la lettura cristologica della vicenda adamitica che l’autore propone nello stabilire un parallelismo fra la tentazione primitiva del serpente e le tentazioni subite da Gesù, nuovo Adamo, nel deserto. Questo permette di sviluppare alcuni elementi già presenti nella miglior tradizione dei Padri e Dottori, quali la libertà umana davanti alla tentazione, la visione della morte come castigo, il fatto che la diffidenza da Dio altera la vita dell’uomo. Tuttavia, Kehl evita di entrare troppo in altre spinose questioni suscitate dal peccato originale e la sua specificità (il che implicherebbe anche la questione dello stato di giustizia originale), come prova anche il fatto che la sezione ad esso dedicata nel capitolo successivo è dovuta ad un altro autore. Più indovinato mi sembra invece il modo col quale Kehl tratta del tema “Gesù e la creazione”, che per certi versi, a mio modo di vedere, è abbastanza originale e suggestivo. L’autore inoltre insiste giustamente nel concepire la nuova creazione della quale ci parla il Nuovo Testamento come qualcosa di ontologico. 

Il capitolo quinto è dedicato ad una serie di domande che suscita la fede nella creazione nell’uomo di oggi, anche se ovviamente si tratta di problematiche, particolarmente quelle sulla sofferenza e l’origine del male, che riguardano in realtà l’uomo di ogni epoca. Nella spiegazione della teodicea è da apprezzare lo sforzo per presentare in modo convincente l’attributo divino dell’onnipotenza (non mancano, infatti, oggi alcune proposte che vorrebbero ridimensionarla), la quale non cede davanti alla presenza del male nel mondo, anzi si manifesta in un modo ineffabile nella croce di Cristo. L’autore fa vedere inoltre come l’autonomia e la libertà delle creature, volute da Dio in quanto desidera di essere amato liberamente, implicano in qualche modo la possibilità di prendere una strada diversa, e dunque del male. 

 Seguono due paragrafi non dovuti in modo immediato alla penna di Kehl. Il primo sul peccato originale, di Michael Sievernich, come abbiamo precedentemente anticipato. L’altro, sul rapporto fra fede nella creazione e scienze naturali, di Hans-Dieter Mutschler. Di quest’ultimo, lasciando ora da parte le riflessioni sul caos e il caso, mi sembra particolarmente efficace l’argomentazione di fronte all’ateismo materialista. Kehl riprende il discorso per toccare due ultime tematiche. In primo luogo l’etica ecologica, sviluppando una corretta visione della responsabilità per il creato dove il primo posto è occupato giustamente dalla creatura umana. Il capitolo conclude con una riflessione, non priva di bellezza, sul potere e il significato della preghiera di petizione nel contesto della dottrina della presenza provvidente di Dio nel mondo. La dimensione simbolica affiora più esplicitamente nel breve e ultimo sesto capitolo del libro, il quale, sotto l’angolatura della spiritualità della creazione, segnala alcune immagini (artista, re, padre/madre) che esprimono la fede nel Creatore. E finisce esponendo brevemente le affermazioni dei simboli della fede riguardanti il Creatore, che è il Dio Uno e Trino, come si evince anche dalla tradizione liturgica della Chiesa. In questo modo Kehl conclude aprendo la riflessione ad una concezione trinitaria della creazione, che è una delle sfide, direi la sfida più importante, dell’attuale teologia della creazione. La considerazione che tutto è stato creato in Dio, che siamo diversi da Dio ma viviamo in qualche modo in lui, si può capire solo alla luce del fatto che Dio stesso è relazione, amore che dona spazio per l’esistenza dell’altro, perché già prima di creare, se si potesse parlare così, Dio in sé stesso è mistero di amore e di comunione. Come si è visto, ci sono tanti elementi per congratularsi con l’autore del libro. Vorrei concludere solamente sottolineando come la pubblicazione di questo volume, insieme a quella trattazione precedente più ampia, fa capire nuovamente come la teologia della creazione ha bisogno di non essere emarginata all’interno delle discipline antropologiche, ma di essere sviluppata come trattato a sè, per riconoscere l’importanza che il primo articolo della fede ha come fondamento delle altre parti della teologia che si occupano del progetto salvifico della Trinità. S. Sanz

Robert Cheaib

Nello studio dell’antropologia teologica (o «cristiana», come preferiscono alcuni), il capitolo sulla Creazione è ricco di sorprendenti contenuti. Esso considera tematiche che sono tutt’altro che marginali: l’origine del mondo, il rapporto sussistente tra creatura e creatore, la portata veritativa dei racconti simbolici di Genesi, la questione della sofferenza, del male e dell’annessa teodicea, il «peccato originale», la provvidenza, ecc. Il libro del gesuita tedesco Medard Kehl, Creazione. Uno sguardo sul mondo riprende tali questioni da una prospettiva dialogica. Considerando le principali visioni contemporanee su queste tematiche offre un ottimo riquadro che permette di meglio percepire la génie du christianisme. Visto nel quadro della bibliografia dell’autore, il libro costituisce una ripresa divulgativa (non che ciò significhi semplicistica o superficiale) del libro più consistente e voluminoso «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione.

La teologia della creazione offerta da Kehl non si chiude nell’ottuso solipsismo (che è un tradimento della stessa teologia), ma si apre al dialogo permettendo l’interrogazione della visione teologica, il che produce di fatto una teologia più attuale e più consistente. La convinzione di fondo è che non siamo dinanzi all’alternativa tra teologia o scienza, tra «creazione o evoluzione», in quanto «entrambe le parti, la scienza e la fede, parlano dello stesso mondo, ma sotto due punti di vista molto diversi ed entrambi i punti di vista sono importanti per noi uomini».
A partire da tale sguardo rilassato sul contributo delle varie discipline, Kehl mostra la particolarità dello sguardo sapienziale teso ben oltre la spiegazione empirica. La sapienza posa sulla creazione uno sguardo proteso a «comprendere». Ora comprendere è qualcosa «di più e di diverso rispetto a spiegare» perché «chi vuole comprendere pone domande alle quali le semplici spiegazioni non sono in grado di rispondere». Il desiderio di comprendere non può essere soddisfatto dalla mera prospettiva delle scienze naturali perché la comprensione richiama nel contempo la realtà e il soggetto interrogante stesso e il rapporto stretto che intercorre tra di loro.
Ebbene, lo sguardo teologico, ovvero, lo sguardo di fede, non si ferma neppure alla comprensione, ma si apre a una relazione. Oltre allo spiegare, oltre al comprendere, la fede si apre a un rapporto personale con il Creatore del mondo. Entrano in gioco così altre sfumature come «lo stupore e la gratitudine». Lo stupore è l’apertura degli occhi del cuore che percepisce acutamente una grandezza celata nella sua discrezione, ma sempre presente allo sguardo che ascolta. Una creazione che richiama alla responsabilità e alla risposta perché più che oggetto, la creazione è un appello e, come dice qualche autore spirituale, una lettera d’amore dal Creatore.

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